rivista di opinione, ricerca e studi filosofici
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La parola impoverita

Connessioni tra lingua, pensiero, libertà e potere 

di Francesco Pungitore*

 

Le recenti e ormai famose statistiche dell'OCSE e dei test Invalsi hanno confermato una preoccupante tendenza tra i giovani italiani. Il 20% dei quindicenni ha difficoltà con la lettura e la comprensione dei testi e più di un terzo degli studenti del secondo anno della scuola superiore italiana ha un livello di competenze in lettura da terza media. Questi dati esibiscono un quadro desolante: le nuove generazioni stanno lentamente perdendo le loro competenze linguistiche, uno strumento essenziale non solo per la comunicazione e la comprensione, ma soprattutto per l'elaborazione di un pensiero critico.

Ho perso le parole

Luciano Ligabue, in una delle sue canzoni più belle, cantava «ho perso le parole», rappresentando, senza volerlo, la condizione in cui versano gli studenti italiani. Si stima che il repertorio lessicale di un ginnasiale, rispetto al 1976, sia diminuito da 1.600 parole a sole 500. A tutti sarà capitato di ascoltare una conversazione tra adolescenti fatta di espressioni ripetute e ripetitive come “bro”, “cringe”, “crush”, “flexare”, “blastare”. Un gergo non solo “strano”, ma povero e limitato nel quale sembra mancare qualcosa di fondamentale: l'anima del linguaggio. Le parole sono ridotte a slogan vuoti, a semplici suoni privi di quella profondità di significato che dà al linguaggio il suo potere di esprimere pensieri complessi, sentimenti intensi e visioni uniche Ma questa “carenza” non limita anche la capacità di esprimere pensieri, idee ed emozioni? Non è, forse, la causa di un progressivo indebolimento del pensiero critico e della consapevolezza individuale? Qui, è cruciale precisare che non è certo colpa dei ragazzi se ci troviamo di fronte a questo scenario linguistico appiattito. La responsabilità ricade su noi adulti, sulla scuola, sulla famiglia e sui media - tutte “agenzie” educative che, evidentemente, non hanno saputo o voluto coltivare la ricchezza del linguaggio tra le giovani generazioni.

 

Il potere del linguaggio

George Orwell, nel suo romanzo “1984”, ha spiegato lucidamente qual è il legame tra lingua, pensiero e potere. Orwell presenta una società distopica dominata dal “Grande Fratello”, un sistema di controllo che modifica e restringe intenzionalmente il linguaggio per limitare la capacità di pensiero e azione del popolo. Questo processo di impoverimento linguistico, nella tesi orwelliana, è studiato a tavolino come tentativo di assoggettare ogni individuo, rendendo impossibile la libertà di pensiero, l'azione indipendente e la critica. L'obiettivo finale è una neolingua, un paradosso in termini nel quale “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza”.

 

Strumento di potere

Per Orwell e per molti altri filosofi e antropologi, la lingua, dunque, è un potente strumento di potere. Essa è strettamente collegata alla nostra capacità di pensare e agire. Se si limita il vocabolario, si limita anche la capacità di pensare e agire. E se si controlla la lingua, si controllano anche le persone. Diversi filosofi hanno esplorato il nesso tra linguaggio e potere.

  • Ludwig Wittgenstein è noto per aver affermato che “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”, sottolineando così come il linguaggio influenzi non solo come pensiamo, ma anche come percepiamo la realtà.
  • Michel Foucault, filosofo e sociologo francese, ha concentrato gran parte del suo lavoro sulla relazione tra potere, conoscenza e linguaggio. Secondo Foucault, “il potere è ovunque, non perché abbracci tutto, ma perché proviene da ogni luogo”. Foucault vedeva il linguaggio non solo come uno strumento di comunicazione, ma anche come un mezzo attraverso il quale il potere è esercitato e mantenuto.
  • Infine, Noam Chomsky, linguista e filosofo statunitense, ha avanzato il concetto di “fabbricazione del consenso”, descrivendo come i media e le istituzioni di potere utilizzino il linguaggio per manipolare l'opinione pubblica. Chomsky sostiene che “la propaganda è all'opinione democratica ciò che la clava è allo stato totalitario”, mettendo in evidenza come il controllo del linguaggio possa essere utilizzato per controllare le persone.

Orwell, Wittgenstein, Foucault e Chomsky ci ricordano che il linguaggio non è solo uno strumento neutrale di comunicazione.

 

La neolingua e il nostro futuro

L'immagine di Orwell della neolingua, un modo di comunicare depurato da ogni termine potenzialmente critico, serve come avvertimento. Evidenzia il pericolo di un futuro in cui le parole saranno sempre più limitate, e con esse la capacità di pensiero. Una società in cui il linguaggio è impoverito è una società in cui la libertà stessa è minacciata.

Ma l'attenzione dovrebbe essere rivolta non solo alla quantità di parole che i nostri giovani conoscono, quanto alla qualità delle parole a loro disposizione. Se desideriamo un futuro di libertà, è essenziale proteggere e nutrire la diversità e la ricchezza del nostro linguaggio, fornendo alle nuove generazioni gli strumenti necessari per esprimere liberamente pensieri, idee ed emozioni. La scuola ha un ruolo cruciale in questo contesto. L'istruzione non deve limitarsi a un mero insegnamento di vocaboli e regole grammaticali, ma deve impegnarsi a edificare un legame con il linguaggio, sviluppando una sensibilità profonda verso il potenziale espressivo, creativo e critico delle parole. Solo così si potrà sperare di nutrire menti pensanti, capaci di immaginare e costruire un futuro di libertà.

 

*giornalista professionista, docente di Filosofia, Storia, Scienze Umane e Tecniche della Comunicazione con Perfezionamento post-laurea in Tecnologie per l’Insegnamento e Master in Comunicazione Digitale

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