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Coronavirus, adesso è una sfida di libertà e democrazia

Due interessanti articoli di Patrick Gaspard e Piero Ignazi aprono ampi scenari di riflessione

di Francesco Pungitore

 

“La democrazia è qualcosa di più di un semplice sistema di governo; è una lente attraverso la quale guardare il mondo e il nostro posto in esso”. Questa frase è di Patrick Gaspard, già ambasciatore degli Stati Uniti in Sudafrica. Così conclude una sua interessante riflessione, pubblicata dal “Sole 24 Ore”, sull'emergenza coronavirus e le limitazioni alle libertà personali introdotte in Occidente durante la pandemia. Il suo pensiero sintetizza un ampio dibattito pubblico che sta coinvolgendo intellettuali, accademici e filosofi di tutto il mondo. “Nella lotta al Covid 19 - scrive Gaspard - dobbiamo fare anche tutto il possibile per proteggere la salute delle nostre democrazie. Più specificamente, dobbiamo riconoscere che, sotto molti aspetti, difendere la salute pubblica e la democrazia sono due fronti della stessa battaglia”. L'allarme sembra riferirsi, anche e soprattutto, alle ripetute “minacce” dei vari politici nazionali e locali (non solo in Italia) che paventano un nuovo e più stringente lockdown se i cittadini non sapranno comportarsi “responsabilmente”. L'incognita, l'alea di incertezza che grava su quella parola apparentemente innocua (“responsabilità”) è il vero nodo critico al centro del problema. La situazione ci riporta - come spiega, in termini esemplari, il politologo Piero Ignazi su “Repubblica” - all'antica questione del rapporto tra interesse generale e diritti individuali. “Va difeso un bene vitale come la salute, senza però dimenticare che altri beni sono anch'essi ineludibili e indispensabili per la vita come noi la concepiamo nelle democrazie compiute” sottolinea Ignazi. E quali sono questi “beni”? Senza alcun dubbio le libertà civili, che non possono essere sacrificate sull'altare dello Stato “Leviatano”, che vigila come un buon padre sulla nostra sicurezza ma pretende, in cambio, la cessazione di tutti gli altri diritti. Diritti come la libera circolazione, la libertà di espressione e di organizzazione, ma anche la garanzia di scuole aperte, di una istruzione accessibile per tutti. Per non parlare del diritto alla protezione dei nostri dati personali che in tanti ritengono irrimediabilmente compromesso dalla discussa mappatura della popolazione che avverrà, a breve, con il lancio della “app” di tracciamento dei contagiati.

Ma intanto, cosa sta accadendo nel mondo? Al di là dei dati quotidiani su ricoveri e decessi, c'è tanto altro da raccontare. “Se la pandemia impone il distanziamento sociale, ciò non giustifica però comportamenti brutali da parte delle forze dell’ordine né l’abuso di potere da parte di un governo” sottolinea e rilancia Patrick Gaspard nel suo intervento sul “Sole 24 Ore”, citando casi specifici di un uso “distorto” del lockdown. Ad esempio, il governo indiano starebbe sfruttando la situazione per portare avanti “una discriminazione mirata nei confronti dei musulmani del Paese”. Mentre nel frattempo “in Kenya e Nigeria, la polizia e i militari prendono a pugni chiunque dia l’impressione di non adeguarsi con sufficiente rapidità ai protocolli di distanziamento sociale”. E in Ungheria “il primo ministro Viktor Orbán, da anni impegnato a consolidare il proprio potere, ha fatto approvare una legge che di fatto legalizza il suo status di dittatore assoluto”. Ma anche “gli americani dovrebbero riflettere sul fatto che, alla fine di marzo, il dipartimento di Giustizia statunitense ha chiesto al Congresso il potere di detenere i cittadini americani (non solo gli immigrati irregolari) a tempo indeterminato senza processo”.

Discorsi che “istituiscono e controllano”, verrebbe da dire, parafrasando il filosofo francese Michel Foucault. “I governi che adottano tali misure le giustificano definendole necessarie per combattere la pandemia. Ma la storia ci insegna che raramente, per non dire mai, i leader illiberali fanno decadere i poteri speciali assunti durante un’emergenza” ricorda Patrick Gaspard. Per fortuna noi non viviamo né in Kenya né in Ungheria, ma anche in Italia “le restrizioni spingono al limite estremo il potere dello Stato sui cittadini” rimarca dal canto suo Piero Ignazi. E ribadisce a scanso di equivoci: “Il coprifuoco va messo tra parentesi come evento irripetibile proprio per evitare che si radichi l'idea di uno Stato che possa limitare la vita democratica per interessi generali”. Quindi, appare chiaro che lo “stato di eccezione” che consente ai governi di limitare i diritti fondamentali di libertà dei cittadini “non può che essere solo temporaneo” e fondato sull’esigenza di porre un limite al rischio che “la salute e la vita siano messi seriamente in pericolo”. Un richiamo forte, quello di Ignazi, che si lega ancora una volta alla riflessione di Gaspard, laddove l'americano scrive: “L’istante in cui alcuni leader politici iniziano a limitare la libertà di parola e il diritto di manifestare, o rifiutano qualunque controllo sul proprio potere, il rischio di scivolare nell’autoritarismo diventa reale”. Entrambi sembrano dirci la stessa cosa: attenzione a non valutare l'emergenza coronavirus in maniera superficiale, come se fosse “solo” una malattia da curare. Qui c'è in gioco tanto altro: la democrazia e, con essa, la nostra libertà. Temi che richiedono un impegno adeguato da parte di tutti noi, soprattutto in situazioni come quella che stiamo vivendo. Uno sforzo di pensiero, principalmente, a tutela e a garanzia di quel patrimonio ideale che la nostra Repubblica ha sancito a chiare lettere nella propria Costituzione e che tutte le altre democrazie occidentali riportano, con forme diverse ma simili nella sostanza, alla base della loro civile convivenza. (21 maggio 2020)

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