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L'inconoscibilità del noumeno nella “Critica della Ragion Pura” di Kant

Quali sono i limiti e le condizioni di possibilità dell’umana conoscenza?

di Francesco Pungitore*

 

Nella storia della filosofia, Immanuel Kant (1724-1804) occupa un posto di rilievo soprattutto grazie alla sua “Critica della Ragion Pura” (1781). L’opera ha rivoluzionato il modo di concepire la conoscenza e la realtà. Uno degli aspetti più innovativi e significativi, è il concetto di inconoscibilità del noumeno che ha cambiato radicalmente il corso della ricerca filosofica.

Il fenomeno e il noumeno

Prima di esaminare l'inconoscibilità del noumeno, è importante comprendere la distinzione tra noumeno e fenomeno. Kant sostiene che la realtà si compone di due aspetti:

  • i fenomeni, ovvero le cose così come appaiono ai nostri sensi e alla nostra mente,
  • e il loro noumeno, ovvero le cose come sono realmente in sé, indipendentemente dalla nostra percezione.

Mentre i fenomeni possono essere conosciuti attraverso l'esperienza sensibile, il noumeno delle cose rimane al di fuori della portata della nostra conoscenza.

Per illustrare concretamente la distinzione tra fenomeno e noumeno, prendiamo, ad esempio, in considerazione il caso di un albero. Quando osserviamo un albero, vediamo il suo colore, la sua forma, la disposizione dei suoi rami e foglie, e percepiamo il suo profumo. Queste sono tutte manifestazioni fenomeniche dell'albero, ovvero aspetti che ci appaiono attraverso i nostri sensi e la nostra mente.

Tuttavia, l'albero ha anche una realtà noumenica, ovvero la sua essenza in sé, indipendente dalla nostra percezione. Questa realtà noumenica include le proprietà e le caratteristiche dell'albero che trascendono la nostra esperienza sensibile e che non possiamo conoscere direttamente. Ad esempio, potremmo chiederci come sia l'albero in sé, al di là delle qualità che percepiamo attraverso i nostri sensi. Queste caratteristiche intrinseche dell'albero sono il suo noumeno, e Kant sostiene che esse rimangono inaccessibili alla nostra conoscenza.

In altre parole, mentre possiamo studiare e conoscere l'albero nella sua manifestazione fenomenica, il suo aspetto noumenico rimane al di fuori della nostra portata. Questo esempio mette in evidenza la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno e illustra come la nostra conoscenza sia limitata all'esperienza sensibile delle cose, senza poter accedere alla realtà in sé delle cose stesse.

 

L'inconoscibilità del noumeno

Kant afferma che il noumeno delle cose è inconoscibile dall’uomo, limitato, nella sua capacità di comprensione, alla sola esperienza sensibile. In altre parole, possiamo conoscere solo ciò che ci appare attraverso i sensi e l'intelletto. Ciò significa che la conoscenza di realtà che trascendono l'esperienza sensibile è impossibile. Per Kant, questa inconoscibilità del noumeno non è una debolezza della nostra ragione, ma piuttosto una dimostrazione della sua finitezza.

Kant non demolisce del tutto la metafisica, ma piuttosto ne ridefinisce radicalmente il campo e le modalità d'indagine. Nel suo tentativo di superare sia l'empirismo, che enfatizza il primato dell'esperienza, sia il razionalismo, che considera la ragione come fonte di conoscenza indipendente dall'esperienza, Kant propone una nuova prospettiva.

La “Critica della Ragion Pura”, infatti, è uno sforzo per stabilire i limiti e le condizioni di possibilità della metafisica stessa. Kant sostiene che, per essere legittima, la metafisica deve occuparsi delle strutture a priori della conoscenza e non di realtà trascendenti che sfuggono all'esperienza sensibile. In altre parole, la metafisica kantiana si concentra sulle condizioni che rendono possibile l'esperienza e la conoscenza, piuttosto che indagare direttamente il noumeno.

In questo senso, la metafisica, secondo Kant, non può più aspirare a fornire conoscenze definitive e assolute riguardo alla realtà in sé, ma può ancora offrire un quadro concettuale per comprendere la struttura e il funzionamento della nostra conoscenza e dell'esperienza sensibile.

Kant utilizza una metafora, quella dell'uccello che prova a volare (senza successo) in uno spazio senz'aria, per illustrare il rischio che la ragione umana incorre nel tentare di oltrepassare i limiti dell'esperienza sensibile e indagare questioni metafisiche inaccessibili. In questo contesto, la metafisica viene “avvertita” delle insidie che potrebbe incontrare nel caso in cui ignorasse i limiti imposti dalla natura finita della ragione umana.

 

Implicazioni filosofiche

Il concetto di inconoscibilità del noumeno ha profonde implicazioni per la ricerca filosofica. Innanzitutto, mette in discussione l'idea che la filosofia possa offrire conoscenze certe e definitive riguardo alla realtà in sé. La filosofia, secondo Kant, deve limitarsi allo studio dei fenomeni e delle strutture della nostra conoscenza.

Inoltre, l'inconoscibilità del noumeno rappresenta un punto di svolta nella storia della filosofia, in quanto segna la fine dell'ottimismo razionalista e dell'illusione che la ragione possa penetrare in ogni angolo della realtà. Con Kant, la filosofia diventa, per così dire, più consapevole dei propri limiti.

 

Conclusioni: l'inconoscibilità del noumeno, la fede e l'idea di Dio

L'inconoscibilità del noumeno nella “Critica della Ragion Pura” di Kant ha importanti conseguenze anche per quanto riguarda la fede e l'idea di Dio. Sebbene Kant sostenga che la nostra conoscenza sia limitata al mondo sensibile, ciò non significa necessariamente che non possiamo indagare o riflettere su questioni trascendenti come l'esistenza di Dio.

Kant ritiene che la ragione non possa dimostrare né l'esistenza né la non-esistenza di Dio in modo definitivo, poiché Dio, come noumeno, è al di fuori della portata della nostra conoscenza empirica. Tuttavia, Kant sostiene che la fede sia una dimensione importante della vita umana e che le questioni religiose possano essere affrontate attraverso la riflessione morale e l'uso pratico della ragione.

Nella sua successiva “Critica della Ragion Pratica” (1788), Kant afferma che la fede in Dio è una postulazione pratica, ovvero un presupposto necessario per agire moralmente. Per Kant, credere in Dio non è un'adesione a una verità metafisica, ma piuttosto un impegno a vivere secondo i principi morali e a sperare nella realizzazione del bene. In questo senso, l'idea di Dio diventa una questione di convinzione morale e non di conoscenza teoretica.

La filosofia kantiana mostra che, pur essendo consapevoli dei limiti della nostra conoscenza, possiamo comunque trovare significato e orientamento nella nostra esistenza attraverso la fede e la riflessione morale.

 

*giornalista professionista, docente di Filosofia, Storia, Scienze Umane e Tecniche della Comunicazione con perfezionamento post-laurea in Tecnologie per l’Insegnamento e Master in Comunicazione Digitale

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