di Francesco Pungitore
La traduzione come attraversamento. Non soltanto da una lingua all’altra, ma da un immaginario all’altro, da una cultura all’altra, da un tempo all’altro. È dentro questa traiettoria che si colloca il percorso di Elisabetta Garieri, autrice e traduttrice, vincitrice ex aequo dell’XI edizione del Premio Lorenzo Claris Appiani per la traduzione letteraria per la traduzione dal neogreco di Deepfake di Makis Malafekas, pubblicato in Italia da Baldini+Castoldi. L’altro vincitore ex aequo è Maurizio De Rosa, premiato per la traduzione de La grande chimera di M. Karagatis, edito da Aiora Press.
Il Premio Appiani, promosso dalla famiglia Appiani, dall’Associazione culturale Elba Book Festival e dal Centro Studi sulla Traduzione dell’Università per Stranieri di Siena, è riservato alla traduzione letteraria di opere pubblicate da editori indipendenti. L’edizione dedicata al greco antico e moderno ha visto in giuria Tommaso Braccini, Ilide Carmignani e Giulia Marcucci; la cerimonia di premiazione è prevista a luglio, a Rio nell’Elba, in occasione dell’Elba Book Festival. Il riconoscimento è stato ufficializzato nei giorni del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, ed è proprio in quella cornice, tra incontri, presentazioni e dialoghi letterari, che abbiamo incontrato Elisabetta Garieri, raccogliendo il suo entusiasmo per il premio e per il suo nuovo libro A Lesbo con Saffo.
Garieri, nata a Verona nel 1988, di radici familiari calabresi, ha studiato Lettere Classiche e vive ad Atene, dove collabora con le edizioni Aiora. Traduce dal francese e dal greco moderno per diverse case editrici italiane e ha portato ai lettori autori come Jean Malaquais, Mona Chollet, Niki-Rebecca Papagheorghìou, Soti Triantafillou, Makis Malafekas, Angela Dimitrakaki, Kostis Maloùtas e Amanda Michalopoulou.
Ma il suo nome, dicevamo, è legato anche a un’altra uscita recente: A Lesbo con Saffo. Mito, splendori e vertigini, pubblicato da Giulio Perrone Editore nella collana Passaggi di dogana. Un libro di 144 pagine, uscito nell’aprile 2026, che attraversa l’isola di Lesbo sulle tracce di Saffo, tra poesia, mito, paesaggio e fratture del presente.
Elisabetta, partiamo dal Premio Lorenzo Claris Appiani. Che significato ha per lei questo riconoscimento?
È un onore molto grande, anche perché arriva per una traduzione dal neogreco, una lingua e una letteratura a cui sono profondamente legata. Deepfake di Makis Malafekas è stato un lavoro intenso, vivo, pieno di sfumature. Ricevere il Premio Appiani ex aequo con Maurizio De Rosa, un collega di grandissima esperienza, rende questo riconoscimento ancora più significativo.
Nel ringraziare, lei ha ricordato anche la storia di Lorenzo Claris Appiani.
Sì, perché è una storia che mi aveva colpita già quando accadde. Lorenzo fu ucciso nel tribunale di Milano, e scoprire poi che quel dolore fosse stato trasformato dalla famiglia in un premio legato alla traduzione mi ha toccata molto. È come se una ferita privata fosse diventata un gesto pubblico di cultura, memoria e dialogo. Questo dà al premio un valore che va oltre il riconoscimento professionale.
Il premio riguarda Deepfake di Makis Malafekas. Che tipo di sfida è stata tradurre questo romanzo?
Tradurre un romanzo contemporaneo significa entrare nel ritmo di una voce, nel suo paesaggio culturale, nelle sue ambiguità. Con Malafekas c’è la Grecia di oggi, non quella idealizzata o turistica: c’è una lingua viva, urbana, stratificata. La difficoltà non è soltanto trovare equivalenti lessicali, ma restituire un mondo. Una buona traduzione deve far arrivare al lettore italiano la stessa temperatura del testo originale.
Lei vive ad Atene. Quanto conta questa immersione quotidiana nella lingua e nella cultura greca?
Conta moltissimo. Vivere ad Atene significa ascoltare ogni giorno il greco nella sua dimensione reale: nei bar, nei mercati, nei libri, nei discorsi politici, nei modi di dire. La traduzione non nasce solo dal dizionario. Nasce dall’orecchio, dall’esperienza, dal contatto continuo con una lingua che cambia e respira.
Al Salone del Libro è arrivato anche il suo nuovo libro, A Lesbo con Saffo. Che libro è?
È un viaggio letterario, ma anche un attraversamento del mito. Saffo è una figura potentissima proprio perché ci arriva per frammenti: molto è andato perduto, molto è stato proiettato su di lei nei secoli. Il libro prova a camminare dentro questa assenza, dentro ciò che resta e ciò che è stato immaginato.
Nel volume Lesbo non è soltanto un luogo geografico.
No, Lesbo è paesaggio reale e paesaggio simbolico. È l’isola di Saffo, della poesia, del desiderio, della voce femminile; ma è anche un luogo attraversato dalle contraddizioni del presente. Nel libro convivono mito e contemporaneità, splendore e vertigine. È questo cortocircuito che mi interessava: l’isola come spazio in cui l’Europa guarda insieme la propria origine culturale e le proprie ferite.
Saffo continua ancora a parlarci?
Forse proprio perché è frammentaria. Saffo non è una statua immobile del passato. È una voce che continua a interrogare il desiderio, il corpo, la memoria, l’identità. Nei suoi versi c’è qualcosa di radicalmente moderno: l’io che prende coscienza di sé davanti alla forza di Eros, alla sua bellezza e alla sua vertigine.
Traduzione e scrittura, nel suo percorso, sembrano due forme dello stesso movimento.
Sì, entrambe hanno a che fare con l’ascolto. Tradurre significa ascoltare una voce altrui e cercare di farla vivere in un’altra lingua. Scrivere, in fondo, significa ascoltare ciò che un luogo, un mito o una figura continuano a dirci. In entrambi i casi si tratta di attraversare una distanza senza cancellarla.
Che cosa resta, dopo questo Salone del Libro?
Resta una grande gratitudine. Per il premio, per il lavoro di chi lo rende possibile, per l’Elba Book Festival, per la famiglia Appiani, per Ilide Carmignani e per tutto ciò che instancabilmente costruisce intorno alla traduzione. E resta anche la gioia di vedere che il lavoro dei traduttori, spesso invisibile, può essere riconosciuto come una parte essenziale della vita dei libri. [19.05.2026]
LINK: https://www.giulioperroneditore.com/prodotto/a-lesbo-con-saffo/