di Francesco Pungitore
Comincia da una cucina, non da un red carpet. Comincia da una madre che, tra i fornelli, porge al figlio una bottiglietta di ketchup — «quella che si mette sulle patatine fritte» — e gli insegna a stringerla come si stringe un Oscar, a ringraziare, a inchinarsi. È l'immagine con cui Kevin Spacey ha aperto, ieri sera, il suo discorso all'Arena sul lungomare di Soverato, ricevendo la Colonna d'Oro del Magna Graecia Film Festival davanti a migliaia di persone. «È da lei che ho imparato ad accettare premi come quello che mi state dando stasera», ha detto. E in quella scena domestica, c'era già tutto: la fede assoluta di una madre nel talento di un bambino, e la lunga strada — con le sue vette e i suoi abissi — che da quella cucina lo ha portato fin qui, sulla costa ionica della Calabria, a sessantasette anni, due Oscar e una vita intera dopo.
Perché il ritorno di Spacey in Italia, nel festival diretto da Gianvito Casadonte che ha chiuso ieri la sua ventitreesima edizione, non è stato una semplice premiazione alla carriera. È stato il racconto pubblico, misurato e commosso, di una caduta e di una risalita. L'attore di American Beauty e I soliti sospetti non ha nominato esplicitamente gli anni bui — le accuse del 2017, l'ostracismo di Hollywood, i processi da cui è uscito assolto, il lavoro evaporato, la casa perduta. Non ne aveva bisogno: erano il sottotesto di ogni frase. E il cinema, Spacey lo sa meglio di chiunque, vive di sottotesto.
Il primo movimento del discorso è stato dedicato proprio ad American Beauty, il film che nel 2000 gli valse il secondo Oscar. Non alla statuetta, però: al poster. «Sotto il titolo c'era una scritta che per me oggi significa ancora di più di quando abbiamo fatto quel film. Diceva: look closer, guarda più da vicino». Ed è qui che il discorso ha cambiato temperatura, trasformandosi da aneddoto a dichiarazione morale: «Quell'esercizio di guardare più da vicino è una cosa che spesso non facciamo, ma dovremmo. Non accettare semplicemente quello che si dice su qualcosa o su qualcuno, ma prendere davvero il tempo per capire da noi stessi. Con curiosità, con gratitudine, con pazienza». Detta da un uomo che è stato, per anni, definito quasi esclusivamente da ciò che «si diceva» di lui, la frase ha attraversato la platea come una richiesta silenziosa: guardatemi da vicino, prima di decidere chi sono.
Poi, il passaggio più inatteso: Niki Lauda. Spacey ha ricordato il pilota austriaco che, ricevendo un premio alla carriera nel 2016, lo dedicò «a tutti quelli che hanno perso». Un'eco che l'attore ha fatto propria senza schermi: «Vincere è una cosa, ma posso dirvi per esperienza diretta che ho sempre imparato di più quando ho perso. Sono diventato più forte perdendo. E mentre perdevo molto, ho anche guadagnato tanto». Da qui, la sua poetica della difficoltà, scandita come un manifesto: «Le sfide, le avversità, l'incertezza sono le grandi attrazioni della vita. La creatività fiorisce nel conflitto, l'ispirazione cresce nella difficoltà, l'eccellenza esplode nella sfida. Perché senza il buio non c'è dramma, senza il dramma non c'è arte, e senza arte non c'è luce». Fino alla frase che resterà, probabilmente, il titolo morale della serata: «Potete perdere tutto, ma non perdete voi stessi».
C'è stato spazio anche per la gratitudine più intima. Spacey ha voluto sul palco della memoria il suo manager e amico Evan Lowenstein, «il motivo per cui sono ancora qui, in piedi, questa sera»: l'uomo che «ha preso le schegge che volavano contro di me per proteggermi, e molte hanno colpito lui più di me», affrontando tutto «con grazia, umorismo e fede — fede che saremmo arrivati dall'altra parte. Ed eccoci qui». E un pensiero al pubblico italiano, che negli anni dell'esilio professionale non lo ha mai davvero abbandonato: «Siete voi a darmi la fiducia di continuare ad andare avanti».
Il congedo, però, è stato la parte più densa. Prima della conversazione con la giornalista Silvia Bizio e della proiezione de Il prezzo di Hollywood — il film di George Huang che nel 1994 lo rivelò al mondo, e il cui titolo suona oggi come un'ironia amarissima — Spacey ha lasciato al pubblico cinque parole. Le ha chiamate «le mie cinque R»: risanato, riparato, restaurato, rinato, rinnovato. «Vi chiedo di pensare al loro significato — ha detto — perché raccontano chi sono io oggi, su cosa mi concentro, come mi sento».
Cinque participi passati, e non è un dettaglio grammaticale. Non «guarito», ma risanato; non «nuovo», ma rinnovato: verbi che presuppongono una rottura, un danno, un prima. Sono le parole che si usano per gli edifici storici e per le opere d'arte, per ciò che è stato lesionato ma che vale la pena salvare — e forse è esattamente così che Spacey chiede di essere guardato: non come un monumento intatto, ma come un restauro ancora in corso, con le crepe a vista e la luce che, proprio da lì, filtra. In fondo è la stessa cosa che diceva quel poster di ventisei anni fa, appeso ormai nella memoria di tutti: guarda più da vicino. Ieri sera, a Soverato, per una volta, il pubblico lo ha fatto. E ha applaudito a lungo.
[SOVERATO | 2 Agosto 2026]