di Marta Sereni
C'è un uomo, all'inizio di questo libro, seduto in una sala riunioni con le pareti di vetro. Davanti a sé ha un foglio diviso in quattro quadranti: punti di forza, debolezze, opportunità, minacce. La celebre matrice SWOT, lo strumento con cui da sessant'anni le aziende fotografano se stesse. Solo che, quel giorno, gli è stato chiesto di applicarla non alla propria impresa ma alla propria persona. I primi tre quadranti si riempiono in fretta. Il quarto — le minacce — resta vuoto. Non perché l'uomo non ne abbia. Ma perché ciò che davvero lo minaccia — la paura di non essere all'altezza, l'angoscia della domenica sera, i lutti non elaborati, la domanda che cosa sto facendo? — non entra in nessuna casella. «Quel foglio è troppo piccolo per la vita di quell'uomo. E lui, in silenzio, lo sa».
Da questo quadrante vuoto nasce l'intero saggio di Francesco Pungitore. Ed è già una dichiarazione di metodo: il fallimento della griglia razionale a descriverci è, scrive l'autore, «la sua verità più profonda». La tesi che ne discende attraversa tutte le 192 pagine come una vena d'acqua: la complessità umana non è un difetto di progettazione, non è un errore da correggere né rumore nel sistema. È la nostra forma.
Un libro sull'IA che si rifiuta di essere un libro sull'IA
Qui sta la prima, vera originalità dell'opera nel panorama corrente. La pubblicistica sull'intelligenza artificiale, oggi, oscilla quasi sempre tra due poli stanchi: l'entusiasmo dei profeti della disruption e l'allarme degli annunciatori d'apocalisse. In entrambi i casi la protagonista è la macchina. Pungitore compie un gesto rovesciato. La macchina, nel suo libro, non è il soggetto: è il mezzo di contrasto. È lo «specchio che non specchia» — così s'intitola il settimo capitolo, il cuore tecnico del volume, dove l'autore guarda in faccia i modelli linguistici, la stanza cinese di Searle, il pionieristico ELIZA di Weizenbaum, il caso belga del 2023 — per arrivare a una constatazione che capovolge il discorso dominante: «quando le prestazioni si possono replicare, ciò che resta dell'umano si vede meglio».
L'IA, insomma, non come minaccia da scongiurare o promessa da celebrare, ma come occasione filosofica. La soglia che obbliga a riformulare la domanda più antica: non che cosa possiamo fare con le macchine, ma che cosa siamo noi, ora che alcune macchine sembrano fare ciò che credevamo solo nostro. In un'editoria satura di manuali su prompt e produttività, un libro che usa il transformer per rileggere Eraclito è, semplicemente, una rarità.
La cartografia di un'interiorità
Il percorso è una discesa e una risalita. Si parte da L'abisso e il logos (Eraclito, Pascal, Agostino e quel «grande profundum est ipse homo» che dice l'uomo come profondità a se stesso insondabile), si attraversano I due fuochi della pulsione freudiana e l'eredità del trauma fino all'epigenetica, la gettatezza heideggeriana, La ferita di Chirone — l'archetipo junghiano del guaritore ferito, che diventa l'immagine-cardine dell'intero libro. Poi Il funambolo di Nietzsche (con un'incursione, niente affatto gratuita, nel «centro di gravità permanente» di Battiato e nella traversata di Philippe Petit tra le Torri Gemelle), Il volto di Lévinas e Buber, e infine, dopo lo specchio artificiale, Un centro di gravità permanente affidato alla logoterapia di Viktor Frankl.
È, dichiaratamente, un libro a più registri: filosofia continentale, clinica, neuroscienze, mito, letteratura, teologia. E qui va riconosciuto all'autore un equilibrio non comune. Pungitore tiene insieme questi linguaggi senza confonderli, sapendo che «il mito non dimostra, ma mostra», che «la clinica non redime, ma cura». Un dato di Damasio non viene mai spacciato per un frammento presocratico; la neuroscienza non viene caricata di compiti metafisici. È un esercizio di tatto epistemologico che, in un genere così esposto alla scorciatoia divulgativa, merita di essere segnalato.
Né hype né self-help
La seconda originalità è di tono. Il libro polemizza, sottotraccia, con un'intera cultura: quella che ha convinto l'uomo contemporaneo che «vivere bene significhi vivere lineari», che la sofferenza sia sempre un guasto da riparare e la complessità un problema da risolvere. È, in controluce, un atto d'accusa contro la medicalizzazione del disagio e contro la grammatica del benessere a buon mercato. Eppure Pungitore non cede mai al suo opposto, la consolazione facile. Lo dice senza ambiguità: questo libro «non promette guarigioni, ma indica direzioni», «non offre tecniche, ma compagnia». In un tempo che vende formule per saltare il prezzo di essere chi siamo, è una posizione quasi controcorrente.
Ad attraversare il tutto, una parola sola, che l'autore svela solo nella nota finale: qualcuno. Dietro il pensiero c'è qualcuno che pensa, dietro il dolore qualcuno che lo attraversa. L'uomo non coincide con la somma delle sue prestazioni, non è il suo output. È, prima di tutto, qualcuno. Tutto il libro è la lunga argomentazione di questa parola.
I rischi del troppo
Sarebbe una recensione reticente se non segnalasse i punti di tensione. La densità dei riferimenti — da Anassimandro a Metzinger, da Simone Weil al paradosso di Moravec — è la ricchezza del libro ma anche il suo rischio: in qualche passaggio il lettore non specialista può sentire la vertigine del catalogo, e la nota bibliografica ragionata, per quanto preziosa e onesta, testimonia un'ambizione che a tratti preme sui margini del formato divulgativo. C'è poi una scelta che dividerà: l'epilogo, costruito sull'immagine della finestra lasciata accesa nella notte, raggiunge una temperatura quasi omiletica, lirica e commossa. Funziona, e commuove; ma chi cerca il rigore freddo dell'argomentazione potrebbe avvertirvi un calore che sconfina nella predica laica. È, va detto, una scelta consapevole: l'autore vuole un libro «in cui chi legge si senta capito», non un trattato. Sul piano teoretico, infine, resta aperta la domanda se la tesi del «qualcuno» risponda davvero fino in fondo all'obiezione materialista forte — Dennett, i Churchland — che il libro cita con lealtà ma, forse, congeda un po' in fretta.
Perché conta, adesso
Sono però rilievi che si muovono dentro il pregio, non contro di esso. Complessità umana. Linearità artificiale arriva nel momento esatto in cui serviva: quando la replicabilità della prestazione cognitiva ci costringe, volenti o nolenti, a dire con precisione che cosa l'umano sia oltre la prestazione. La risposta di Pungitore — un'antropologia della ferita abitata, della relazione, del senso che non si possiede mai del tutto — non è nuova nei suoi materiali, antichissimi. È nuova nel suo montaggio: nel far convergere la tradizione tragica, la psicologia del profondo e l'automa linguistico in un'unica grammatica dell'esistenza.
Resta, alla fine, l'immagine di quel manager del prologo, ritrovato qualche anno dopo: non più chino sui quadranti della sua SWOT, ma seduto a un tavolo di cucina ad ascoltare un giovane collega in difficoltà. Non gli risolve il problema. Lo guarda. «Davvero. Per qualche secondo più del necessario». In quel guardare — suggerisce il libro — c'è tutto ciò che nessuna macchina, per quanto fluente, potrà restituire. È una tesi che, di questi tempi, valeva la pena scrivere. E che valeva la pena scrivere così.
Francesco Pungitore, Complessità umana. Linearità artificiale, 2026, pp. 192.
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