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L'argomento della simulazione di Nick Bostrom

Siamo personaggi in un videogioco cosmico?

di Francesco Pungitore

 

Una premessa filosofica con radici antiche

L'idea che la realtà percepita possa essere un'illusione attraversa la storia del pensiero umano con una tenacia straordinaria. Platone la intuisce nella celebre allegoria della caverna, Cartesio la radicalizza con il demone ingannatore, Kant la formalizza distinguendo il fenomeno dal noumeno. Nick Bostrom, filosofo svedese dell'Università di Oxford, riprende questa tradizione nel 2003 e la riconfigura in termini rigorosamente computazionali, pubblicando il saggio Are You Living in a Computer Simulation? — uno dei testi filosofici più discussi e citati del XXI secolo.

Il cuore dell'argomento: un trilemma senza via di fuga

Bostrom non afferma semplicemente che viviamo in una simulazione. Propone qualcosa di più raffinato: un trilemma logico, noto come argomento della simulazione, secondo cui almeno una delle seguenti tre affermazioni deve essere vera.

Prima possibilità: quasi tutte le civiltà tecnologicamente avanzate si estinguono prima di raggiungere la capacità computazionale necessaria a simulare realtà coscienti. È la cosiddetta ipotesi del grande filtro: qualcosa — una catastrofe nucleare, un'epidemia, una distopia tecnologica — impedisce alle civiltà di raggiungere la maturità post-umana.

Seconda possibilità: le civiltà post-umane, pur acquisendo tale capacità, scelgono deliberatamente di non eseguire simulazioni di esseri senzienti. Forse per ragioni etiche, forse per disinteresse, forse per convenzione culturale.

Terza possibilità: noi siamo, con altissima probabilità, dentro una simulazione. Se una sola civiltà avanzata avesse mai prodotto milioni di simulazioni storiche o di coscienza, il numero di esseri simulati supererebbe di gran lunga quello degli esseri "originali". In base a una pura logica statistica, chiunque di noi si trovasse a ragionare sulla propria esistenza avrebbe molte più probabilità di essere simulato che reale.

La struttura del ragionamento è elegantemente coercitiva: non si può rifiutare il trilemma senza abbracciare almeno una delle tre opzioni. E nessuna di esse è rassicurante.

 

La potenza computazionale come condizione necessaria

Perché l'argomento di Bostrom funzioni, è necessario che la simulazione di coscienza sia tecnicamente possibile. Il filosofo assume, senza dimostrarla, la cosiddetta tesi della sufficienza computazionale: se un sistema elabora informazioni nella struttura funzionale corretta, genera esperienza soggettiva. È una forma di funzionalismo mente-corpo che molti filosofi della mente condividono, ma non tutti.

Bostrom stima che una mente umana equivalga a circa 10^17 operazioni al secondo. Una civiltà post-umana con risorse planetarie o stellari potrebbe facilmente far girare miliardi di simulazioni di interi mondi. Se pensiamo ai progressi dell'intelligenza artificiale — dai modelli linguistici alle reti neurali capaci di generare ambienti virtuali convincenti — la frontiera tra simulazione e realtà appare meno solida di quanto la nostra intuizione quotidiana suggerisca.

 

Le obiezioni principali

L'argomento ha prodotto un dibattito vastissimo. Le critiche più solide si concentrano su tre fronti.

Sul piano fisico, il fisico Sabine Hossenfelder e altri scienziati osservano che simulare un universo con le leggi della meccanica quantistica richiederebbe risorse computazionali incompatibilmente superiori a quelle di qualsiasi universo simulatore plausibile: il problema è ricorsivo e autofagico.

Sul piano filosofico, David Chalmers — nel suo Reality+ (2022) — risponde paradossalmente che anche se vivessimo in una simulazione, la realtà virtuale sarebbe comunque una forma di realtà: il digitale non equivale all'illusorio. Una domanda metafisica sospesa nell'aria.

Sul piano epistemologico, alcuni obiettano che il ragionamento probabilistico di Bostrom presuppone che possiamo applicare la statistica a un campione di universi di cui non abbiamo alcuna conoscenza empirica — il che è metodologicamente discutibile.

 

Il rapporto con l'intelligenza artificiale generativa

L'urgenza contemporanea dell'argomento di Bostrom è inseparabile dallo sviluppo dell'IA generativa. I modelli come GPT, Sora, o i motori di sintesi visiva mostrano che è già possibile generare narrazioni, volti, ambienti e conversazioni indistinguibili dall'esperienza reale. Se con strumenti ancora embrionali riusciamo a costruire mondi convincenti, cosa potrebbe produrre un'intelligenza artificiale generale — o superintelligente — con millenni di sviluppo a disposizione?

L'IA generativa non dimostra l'ipotesi di Bostrom, ma la rende intuitivamente più accessibile. È più facile per uno studente del 2025 immaginare un universo-simulazione sapendo già cosa significa un ambiente generato da un modello diffusivo o da un motore di videogioco iperrealistico. La simulazione non è più fantascienza: è un'esperienza quotidiana, ancora incompleta ma riconoscibile.

 

Conclusione: la domanda che non si può ignorare

L'argomento della simulazione non è una curiosità intellettuale di nicchia. È una questione che tocca i fondamenti stessi dell'epistemologia, della metafisica e dell'etica. Se siamo simulati, chi è il simulatore? Ha obblighi morali verso di noi? Possiamo accedere ai "metadati" della nostra realtà?

Bostrom non risponde a queste domande — e forse non può farlo nessuno. Ma il suo merito è aver trasformato un'intuizione mistica in un argomento logicamente strutturato, costringendoci a fare i conti con l'incertezza più radicale: quella sulla natura stessa di ciò che chiamiamo reale. In un'epoca in cui l'intelligenza artificiale ridisegna continuamente i confini tra autentico e artificiale, tra generato e vissuto, questa domanda acquista una rilevanza che non possiamo più permetterci di rimandare.

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