di Francesco Pungitore*
Quando si parla di uomo e tecnica, soprattutto nel Novecento, il pensiero corre quasi automaticamente a Martin Heidegger. È una reazione comprensibile: pochi filosofi hanno saputo formulare una diagnosi tanto radicale quanto inquietante del destino tecnico dell’Occidente. La tecnica, in Heidegger, non è un semplice insieme di strumenti, ma un modo di svelamento del reale, un orizzonte che plasma il nostro rapporto con il mondo, con gli altri e con noi stessi. Nel tempo dell’impianto (Gestell), l’uomo rischia di ridursi a funzione, a risorsa, a dato disponibile.
Eppure, proprio questa centralità quasi esclusiva di Heidegger ha prodotto un effetto collaterale: la rimozione di altri pensatori che hanno affrontato lo stesso nodo da angolature diverse, complementari e, oggi, forse persino più feconde. Tra questi, spicca una figura scomoda, ambigua, difficilmente classificabile: Ernst Jünger.
Jünger è spesso ricordato – quando va bene – come scrittore, diarista, testimone del secolo breve. Quando va male, viene liquidato come autore “reazionario”, estetizzante, ideologicamente compromesso. Ma raramente viene assunto fino in fondo come pensatore della tecnica, e ancor meno come interprete della trasformazione antropologica che la tecnica produce. È una dimenticanza che pesa, soprattutto oggi, nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale.
Se Heidegger ci ha insegnato a cogliere il pericolo ontologico della tecnica, Jünger ci costringe a guardare un altro versante, più concreto: che tipo di uomo emerge dentro la civiltà tecnica. Non l’uomo che usa la tecnica, ma l’uomo che viene formato da essa. Non il soggetto che decide, ma quello che si adatta, si tempra, si trasforma.
In Jünger, la tecnica non è solo una minaccia o un errore metafisico: è un destino storico, una forza impersonale che attraversa l’epoca e alla quale non ci si sottrae con la nostalgia o con il rifiuto. La domanda non è se la tecnica sia “buona” o “cattiva”, ma quale postura interiore l’uomo sia in grado di assumere dentro questo processo. È una differenza sottile ma decisiva, che oggi risuona con forza se applicata all’Intelligenza Artificiale.
Nel dibattito contemporaneo sull’IA oscilliamo infatti tra due estremi speculari: da un lato il tecnofeticismo, che attribuisce alle macchine qualità quasi salvifiche o demiurgiche; dall’altro un allarmismo sterile, che riduce l’IA a una minaccia esterna da contenere o proibire. Entrambe le posizioni condividono un limite: pensano la tecnica come qualcosa di esterno all’uomo, come un oggetto che arriva “dopo”, invece che come un processo che lo attraversa e lo ridefinisce.
Jünger, al contrario, ci invita a una riflessione più scomoda e più adulta. La tecnica è una prova, una soglia. E ogni soglia è anche un’esperienza iniziatica, non nel senso del misticismo facile o dell’occultismo evasivo, ma come trasformazione della coscienza. La figura dell’Operaio non è un programma politico, ma un archetipo: l’uomo che interiorizza la logica della potenza tecnica, che ne assume il ritmo, la disciplina, l’anonimato, ma che proprio per questo è chiamato a misurarsi con la perdita di senso, di interiorità, di misura.
È qui che la riflessione jüngeriana diventa sorprendentemente attuale. L’Intelligenza Artificiale non è soltanto un insieme di algoritmi capaci di produrre testi, immagini o decisioni. È un ambiente cognitivo che modifica l’attenzione, la percezione di sé, il rapporto tra azione e responsabilità. In altre parole: non cambia solo ciò che facciamo, ma il modo in cui ci pensiamo come soggetti.
Rimettere Jünger al centro non significa sostituirlo a Heidegger, né tantomeno assolverlo o celebrarlo. Significa riconoscere che la questione della tecnica non è solo ontologica, ma anche psicologica, antropologica, simbolica. Significa ammettere che il vero nodo dell’IA non è “cosa può fare”, ma che tipo di umanità contribuisce a formare.
In un tempo che tende a semplificare tutto in termini di efficienza, prestazione e automatizzazione, Jünger ci ricorda che resistere non vuol dire fermare il corso della storia, ma mantenere una forma, uno stile, una distanza interiore. Forse è proprio questa, oggi, la domanda più urgente: non come arrestare la tecnica, ma come restare umani senza restare uguali.
Tecnica come destino: oltre l’utensile, oltre il progresso
Quando parliamo di tecnica, il senso comune continua a interpretarla come insieme di strumenti: mezzi sempre più sofisticati messi a disposizione dell’uomo per raggiungere determinati fini. In questa prospettiva, la tecnica resta subordinata all’intenzionalità umana, e il problema sembra ridursi a una questione di uso corretto o scorretto. È una lettura rassicurante, ma profondamente insufficiente. Già nel Novecento, alcuni pensatori hanno mostrato come la tecnica non possa essere compresa se la si riduce a semplice utensile o a neutro acceleratore del progresso.
In Ernst Jünger, la tecnica appare piuttosto come destino storico: una forza impersonale che attraversa un’epoca e la struttura dall’interno. Non è qualcosa che l’uomo “possiede”, ma qualcosa dentro cui vive. La tecnica diventa così un ambiente esistenziale, una condizione che plasma il modo di percepire, di agire, di sentire e persino di pensare. Come l’aria che si respira, essa è tanto più pervasiva quanto meno viene tematizzata.
Questo passaggio – dalla tecnica come strumento alla tecnica come ambiente – è decisivo. Significa riconoscere che il problema non riguarda solo ciò che la tecnica fa, ma ciò che fa di noi. Il vero effetto della civiltà tecnica non è l’aumento di potenza in senso quantitativo, bensì una ristrutturazione qualitativa dell’esperienza umana. Cambiano il rapporto con il tempo, con il corpo, con il rischio, con l’attenzione. Cambia, soprattutto, la forma della soggettività.
Qui emerge una differenza fondamentale tra dominio tecnico e forma-di-mondo. Parlare di dominio tecnico significa concentrarsi sul controllo, sull’efficienza, sulla capacità di governare processi e risorse. Parlare di forma-di-mondo, invece, implica riconoscere che la tecnica stabilisce che cosa appare rilevante, che cosa è misurabile, che cosa è degno di essere visto. Non si limita a potenziare l’azione: seleziona il reale, lo ordina, lo rende disponibile secondo criteri che finiscono per apparire naturali.
In questo senso, la tecnica non si impone solo dall’esterno, ma viene interiorizzata. L’uomo della civiltà tecnica non è semplicemente colui che utilizza macchine sempre più complesse; è colui che assume come normali le categorie della misurazione, dell’ottimizzazione, della prestazione continua. Jünger coglie con lucidità questo processo, mostrando come la tecnica produca tipi umani, stili di vita, disposizioni psichiche. È qui che la riflessione si sposta dal piano puramente filosofico a quello antropologico e psicologico.
Se guardiamo all’Intelligenza Artificiale con questa lente, appare evidente il limite delle interpretazioni puramente funzionalistiche. Ridurre l’IA a un insieme di strumenti utili – per scrivere testi, analizzare dati, prendere decisioni – significa non vedere il quadro più ampio. L’IA non incide solo sull’efficienza delle operazioni, ma contribuisce a ridefinire che cosa consideriamo conoscenza, che cosa intendiamo per competenza, come attribuiamo valore alle azioni umane.
Il rischio non è che le macchine “sostituiscano” l’uomo in senso spettacolare, ma che l’uomo si adatti progressivamente alla logica della macchina, interiorizzandone i criteri. Velocità, standardizzazione, previsione, risposta immediata diventano parametri taciti anche del pensiero umano. È una trasformazione silenziosa, ma profonda, che non può essere compresa se ci limitiamo a discutere di benefici o pericoli in termini astratti.
Pensare la tecnica come destino non significa adottare un atteggiamento fatalistico o rinunciatario. Al contrario, significa spostare la questione su un piano più esigente: quale forma di umanità è all’altezza della civiltà tecnica? In questa prospettiva, l’Intelligenza Artificiale non rappresenta una semplice innovazione tecnologica, ma una nuova soglia storica, davanti alla quale l’uomo è chiamato non solo a decidere come usare gli strumenti, ma a interrogarsi su che tipo di soggetto intende diventare.
Ernst Jünger: il grande rimosso del pensiero sulla tecnica
Nel panorama del pensiero novecentesco sulla tecnica, Ernst Jünger occupa una posizione paradossale. È una figura onnipresente e al tempo stesso marginale: letto come scrittore, citato come testimone del secolo, raramente assunto come pensatore a pieno titolo della modernità tecnica. Questa rimozione non è casuale. Jünger sfugge alle classificazioni disciplinari e alle rassicuranti etichette ideologiche, collocandosi in una zona di confine tra letteratura, filosofia e antropologia che il pensiero accademico ha spesso preferito evitare.
La sua opera non si presenta nella forma del trattato sistematico, né aspira a costruire un apparato concettuale chiuso. Jünger pensa per immagini, figure, tipi umani, esperienze-limite. Ma proprio per questo la sua riflessione sulla tecnica è profondamente incarnata: non parla della tecnica “in astratto”, bensì della tecnica come esperienza vissuta, come forza che attraversa i corpi, i conflitti, le forme della percezione. È uno sguardo che unisce precisione analitica e potenza simbolica, e che per questo si colloca su un piano diverso rispetto alla filosofia accademica tradizionale.
In opere come Der Arbeiter (Klett-Cotta, 1982), Jünger elabora una vera e propria visione antropologica della civiltà tecnica. L’Operaio non è una figura sociologica né un soggetto politico nel senso classico, ma un tipo umano, un archetipo della modernità avanzata. È l’uomo che interiorizza la logica della tecnica, che si adatta alla sua disciplina impersonale, che accetta la sostituzione dell’individualità con la funzione. In questo senso, Jünger non descrive un’ideologia, ma una metamorfosi: la nascita di un nuovo modo di essere uomini.
Proprio questa capacità di cogliere la trasformazione dell’umano spiega perché Jünger sia stato percepito come scomodo più che inattuale. La sua analisi non offre vie di fuga consolatorie. Non condanna la tecnica in nome di un umanesimo nostalgico, ma ne riconosce la potenza, la necessità storica, persino la grandezza tragica. Allo stesso tempo, non la celebra ingenuamente come promessa di emancipazione. Questa doppia distanza – dal rifiuto moralistico e dall’entusiasmo progressista – lo rende difficilmente assimilabile ai paradigmi dominanti del dibattito culturale del secondo Novecento.
A pesare sulla sua ricezione ha contribuito anche il suo rapporto ambiguo con il potere, con la guerra, con l’esperienza del conflitto. Ma ridurre Jünger a una posizione ideologica significa mancare il punto essenziale: la sua riflessione sulla tecnica non è normativa, ma diagnostica. Jünger non dice ciò che dovrebbe essere, ma mostra ciò che sta accadendo. E ciò che accade, nella civiltà tecnica, è una ridefinizione profonda del rapporto tra potenza e forma.
La tecnica, in Jünger, è innanzitutto potenza: capacità di mobilitazione totale, di trasformazione radicale del mondo e dell’uomo. Ma la potenza, se non è accompagnata da una forma interiore, rischia di dissolversi in pura accelerazione. È qui che la sua riflessione assume una dimensione psicologica decisiva. La civiltà tecnica produce individui efficienti, adattabili, resistenti, ma anche esposti alla perdita di senso, all’anonimato, alla sostituibilità. La forza esterna cresce mentre l’interiorità rischia di assottigliarsi.
In questo quadro, la trasformazione dell’umano non è un effetto collaterale, ma il cuore stesso del processo tecnico. L’uomo non è semplicemente colui che utilizza la potenza delle macchine: è colui che viene rimodellato da esse, nei ritmi, nelle emozioni, nelle strutture dell’attenzione e del desiderio. Jünger osserva questo processo senza compiacimento né condanna, con lo sguardo di chi sa che ogni epoca produce i propri tipi umani e che la vera questione è se tali tipi siano capaci di reggere il peso della potenza che maneggiano.
È per questo che oggi, nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, Jünger torna a parlarci con una forza inattesa. La sua opera ci invita a spostare lo sguardo: non tanto su ciò che le tecnologie possono fare, quanto su chi diventiamo mentre le usiamo. In un tempo che misura tutto in termini di prestazione e controllo, Jünger resta un pensatore difficile proprio perché ci costringe a confrontarci con una domanda più radicale: che tipo di uomo è all’altezza della potenza che la tecnica libera?
L’uomo che cambia: dall’Operaio all’umano aumentato
Uno degli equivoci più persistenti nella ricezione di Ernst Jünger riguarda Der Arbeiter. Il testo è stato spesso letto come un manifesto ideologico, talvolta persino come una giustificazione estetica dell’autoritarismo o della mobilitazione totale. Ma questa interpretazione, oltre a essere riduttiva, manca il bersaglio. Der Arbeiter non è un programma politico né una proposta normativa: è, prima di tutto, una diagnosi antropologica.
L’Operaio non rappresenta una classe sociale, né un soggetto storico determinato. È un archetipo, una figura simbolica che incarna il tipo umano prodotto dalla civiltà tecnica avanzata. Jünger non dice che l’uomo debba diventare Operaio; mostra che l’uomo sta diventando Operaio. In questo senso, il libro non prescrive, ma descrive. Non giustifica, ma espone. È uno specchio, non una bandiera.
L’Operaio è l’uomo che interiorizza la logica della tecnica: disciplina, funzionalità, disponibilità totale. È colui che accetta di essere parte di un processo impersonale, di una macchina più grande di lui, rinunciando progressivamente all’idea di soggettività come centro autonomo e irriducibile. L’individualità non scompare, ma viene riconfigurata: non più come unicità espressiva, bensì come capacità di adattamento, resistenza, prestazione.
Qui emerge un punto decisivo della riflessione jüngeriana: la tecnica non cambia solo ciò che facciamo, ma il modo in cui stiamo nel mondo. Essa plasma posture mentali prima ancora che comportamenti esteriori. Modifica il rapporto con il tempo, che diventa accelerato e frammentato; con il corpo, che viene addestrato, ottimizzato, reso performativo; con il rischio, che non viene eliminato ma amministrato; con l’attenzione, sempre più orientata alla reazione immediata piuttosto che alla contemplazione.
Questa trasformazione non avviene per imposizione violenta, ma per assuefazione. La tecnica educa, lentamente, a un certo modo di percepire il reale. Se qualcosa non è misurabile, tracciabile, traducibile in dati, tende a perdere valore. Se non è efficiente, viene considerato superfluo. In questo senso, la tecnica produce non solo strumenti, ma immaginari, orizzonti di senso, criteri impliciti di legittimazione dell’esperienza.
È qui che Jünger si rivela sorprendentemente attuale. Molto prima dell’era digitale, egli intuisce che la civiltà tecnica genera un tipo umano predisposto a pensare se stesso come funzione, come nodo di un sistema più ampio. Questa intuizione trova oggi una nuova declinazione nella figura dell’“umano aumentato”, spesso celebrato come sintesi virtuosa tra capacità biologiche e potenziamento tecnologico.
Ma se osservata con lo sguardo jüngeriano, questa retorica appare meno innocente. L’“aumento” non riguarda solo le prestazioni cognitive o fisiche; riguarda la ridefinizione dei parametri di normalità. Essere sempre connessi, sempre disponibili, sempre aggiornati diventa la nuova misura dell’umano adeguato. Chi rallenta, chi si sottrae, chi mantiene una distanza viene percepito come inefficiente, residuale, fuori tempo.
In questo senso, l’Operaio di Jünger può essere letto come una anticipazione dell’odierno “uomo algoritmico”. Un uomo che non solo utilizza sistemi automatici, ma che finisce per modellare il proprio pensiero secondo logiche algoritmiche: ottimizzazione delle scelte, previsione degli esiti, riduzione della complessità. L’algoritmo non è più solo uno strumento esterno, ma una forma mentale interiorizzata.
L’uomo algoritmico non è dominato dalle macchine; coopera con esse, si affida ad esse, si adegua ai loro criteri. Ma proprio in questa collaborazione si gioca la trasformazione più profonda: la progressiva delega del giudizio, dell’interpretazione, della responsabilità. Jünger aveva già intravisto questo rischio quando parlava di anonimato, di sostituibilità, di perdita della misura interiore a fronte dell’aumento di potenza.
Il passaggio dall’Operaio all’umano aumentato non è dunque una rottura, ma una continuità storica. Cambiano le tecnologie, non la logica di fondo. E la domanda che Jünger lascia aperta resta intatta anche oggi: un’umanità potenziata è anche un’umanità più consapevole? Oppure la crescita della potenza rischia di procedere più velocemente della capacità di darle forma, senso, limite?
In questa tensione tra potenza e forma si gioca ancora una volta il destino dell’uomo nella civiltà tecnica. Jünger non offre soluzioni, ma una lucidità rara: ci mostra che ogni “aumento” tecnologico è, prima di tutto, una prova antropologica. E che il vero nodo non è quanto l’uomo possa fare, ma quanto sia in grado di reggere ciò che può fare.
Psicologia della tecnica: adattamento, assuefazione, metamorfosi
Se la tecnica può essere letta come destino storico e come forza di trasformazione antropologica, allora essa va compresa anche – e forse soprattutto – come fattore di ristrutturazione psichica. La civiltà tecnica non incide solo sull’organizzazione sociale o sui processi produttivi: modifica in profondità il funzionamento della mente, le forme dell’attenzione, la percezione di sé, il modo in cui l’individuo si rapporta al mondo e alle proprie possibilità di azione.
Uno degli errori più diffusi nel dibattito contemporaneo consiste nel pensare che la tecnica “influenzi” la psiche dall’esterno, come una variabile aggiuntiva. In realtà, la tecnica educa la psiche. Lo fa attraverso l’adattamento, che inizialmente appare come una risposta funzionale alle nuove condizioni, ma che nel tempo si trasforma in assuefazione. Ciò che nasce come scelta diventa abitudine; ciò che era straordinario diventa normale; ciò che richiedeva attenzione consapevole diventa sfondo automatico.
Questo processo di assuefazione è psicologicamente decisivo. La mente umana è plastica: si riorganizza in base agli ambienti in cui vive. In un contesto tecnico ad alta intensità, essa tende a privilegiare la velocità, la reattività, la semplificazione. L’attenzione si frammenta, si abitua a salti rapidi, a stimoli continui, a ricompense immediate. La profondità lascia spazio alla scorrevolezza; la riflessione alla risposta pronta. Non si tratta di un “declino” morale o intellettuale, ma di una metamorfosi funzionale.
In questo quadro, tre dimensioni psicologiche risultano particolarmente coinvolte: attenzione, identità e agency.
L’attenzione, innanzitutto, non è più un atto volontario e concentrato, ma un flusso guidato da dispositivi, notifiche, suggerimenti automatici. La tecnica non si limita a catturare l’attenzione: la struttura, decidendo cosa merita di essere visto, quanto a lungo, in quale ordine. Questo ha effetti profondi sulla capacità di sostare, di tollerare il vuoto, di elaborare l’esperienza senza mediazioni continue.
Anche l’identità viene riorganizzata. In un ambiente tecnico, il soggetto tende a definirsi sempre più attraverso prestazioni, output, tracciabilità. Chi sono diventa inseparabile da ciò che produco, da come appaio, da come vengo valutato da sistemi spesso opachi. L’identità non si costruisce più solo nel tempo lungo della narrazione personale, ma nel tempo breve del feedback immediato. Il rischio non è la perdita dell’identità, ma la sua continua riconfigurazione adattiva, che rende difficile distinguere tra ciò che si è e ciò che si è diventati per funzionare.
Infine, l’agency, cioè il senso di essere autori delle proprie azioni. La tecnica promette empowerment, ma spesso lo accompagna a una delegazione silenziosa. Decisioni, scelte, valutazioni vengono progressivamente affidate a sistemi che suggeriscono, prevedono, ottimizzano. L’individuo non smette di agire, ma agisce sempre più dentro cornici predefinite. La libertà non scompare, ma si esercita entro parametri che raramente vengono messi in discussione.
È in questo contesto che l’Intelligenza Artificiale va compresa non tanto come macchina autonoma, quanto come specchio cognitivo. L’IA non pensa come l’uomo, ma riflette, amplifica e restituisce in forma operativa le strutture del pensiero umano già presenti nei dati, nei linguaggi, nei comportamenti. Interagendo con l’IA, l’uomo non si confronta con un’alterità radicale, ma con una versione formalizzata di se stesso.
Questo specchio è psicologicamente potente perché produce un effetto di naturalizzazione. Le risposte dell’IA appaiono neutrali, oggettive, razionali, e proprio per questo tendono a essere accettate senza resistenza. Ma ciò che viene restituito non è il vero, bensì il probabile; non il senso, ma la coerenza statistica. Il rischio non è l’errore clamoroso, ma la progressiva abitudine a pensare secondo ciò che “funziona meglio” piuttosto che secondo ciò che è significativo.
In questa prospettiva, l’IA diventa un acceleratore di processi già in atto: velocizza l’adattamento, rafforza l’assuefazione, rende più rapida la metamorfosi. Non impone un nuovo modello di mente, ma stabilizza quello che la civiltà tecnica aveva già iniziato a produrre. È per questo che la questione psicologica è centrale: non riguarda la sostituzione dell’uomo, ma la trasformazione delle sue modalità di esperienza.
Comprendere la psicologia della tecnica significa allora spostare lo sguardo dal timore della macchina alla responsabilità dell’uomo. La vera domanda non è se l’Intelligenza Artificiale diventerà più intelligente, ma se l’essere umano saprà restare vigile rispetto ai cambiamenti che essa induce nella sua attenzione, nella sua identità e nel suo senso di agency. È su questo terreno, silenzioso e quotidiano, che si gioca oggi la posta più alta della civiltà tecnica.
Iniziazione, soglia e forma: attraversare la tecnica senza dissolversi
Uno degli aspetti più fraintesi del pensiero di Ernst Jünger è la sua relazione con l’esoterico. Spesso evocata in modo superficiale, questa dimensione viene confusa con un ripiegamento mistico o con una fuga irrazionale dalla modernità. In realtà, in Jünger il linguaggio dell’iniziazione non rimanda a un altrove evasivo, ma a un attraversamento consapevole del limite. L’iniziazione non è abbandono del mondo, ma esposizione radicale ad esso; non regressione, ma passaggio di soglia.
La soglia, in Jünger, è sempre un luogo di trasformazione. Guerra, tecnica, dolore, potenza non sono esperienze da eludere, ma prove che mettono in gioco la forma dell’uomo. L’iniziazione non promette salvezza, ma lucidità. È un esercizio dello sguardo che consente di stare dentro la tempesta senza esserne travolti. In questo senso, l’esoterismo jüngeriano è tutto fuorché irrazionale: è una disciplina interiore, un’educazione alla distanza, alla padronanza di sé, alla capacità di non identificarsi totalmente con le forze che attraversano l’epoca.
Questa prospettiva risulta sorprendentemente attuale nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale. L’IA, infatti, riapre con forza il tema della soglia tra umano e non-umano. Non tanto perché produca entità realmente autonome, quanto perché rende sempre più sfumato il confine tra ciò che è frutto di intenzionalità umana e ciò che emerge da processi automatici. Linguaggio, immagini, decisioni: ciò che un tempo appariva come esclusivamente umano viene ora simulato con crescente efficacia. È una soglia cognitiva e simbolica prima ancora che tecnica.
Di fronte a questa soglia, il rischio è duplice: da un lato la fascinazione ingenua, dall’altro la reazione difensiva. Jünger offre una terza via: attraversare senza dissolversi. L’iniziazione non consiste nel negare la potenza della tecnica, ma nel non lasciarsene possedere interiormente. È una postura che richiede forma, stile, capacità di tenuta.
Ed è qui che entra in gioco l’arte, intesa non come ornamento, ma come resistenza simbolica. Nella civiltà tecnica, l’arte non ha il compito di competere con la potenza delle macchine, ma di preservare uno spazio di libertà. Libertà non come spontaneità illimitata, ma come fedeltà a una forma. Per Jünger, la forma non è rigidità: è ciò che impedisce alla potenza di degenerare in caos, alla velocità di trasformarsi in vuoto.
Stile e distanza diventano così veri e propri anticorpi al nichilismo. Lo stile è il modo in cui l’uomo si sottrae alla pura reattività; la distanza è la capacità di non coincidere interamente con il proprio ruolo funzionale. In un mondo dominato dall’immediatezza, dalla replicabilità e dall’automazione, mantenere uno stile significa affermare una differenza qualitativa, non quantitativa.
In questa prospettiva, la contrapposizione tra creatività umana e generazione automatica appare fuorviante. Non è in gioco una gara di originalità o di prestazione. La creatività umana non si definisce per il semplice produrre novità, ma per la capacità di dare forma al senso, di assumersi la responsabilità di ciò che viene espresso. L’IA può generare infinite combinazioni; ciò che non può fare è abitare una forma, sostenere una visione, rispondere del proprio gesto.
Jünger ci aiuta allora a spostare il fuoco della questione: non chiedersi se le macchine possano essere creative, ma se l’uomo sia ancora disposto a esserlo nel senso forte del termine, cioè come soggetto capace di stile, misura e distanza. In questo senso, arte e iniziazione convergono: entrambe non negano la tecnica, ma la attraversano, trasformando la soglia in un luogo di consapevolezza anziché di smarrimento.
Nel tempo dell’Intelligenza Artificiale, questa è forse la lezione più attuale di Jünger: non opporsi frontalmente alla potenza, ma resisterle simbolicamente, mantenendo una forma umana capace di stare nel mondo senza esserne completamente assorbita.
Jünger contro Heidegger? Un falso problema
Mettere Ernst Jünger contro Martin Heidegger è una tentazione ricorrente del dibattito novecentesco sulla tecnica. Ma è una tentazione fuorviante. Più che avversari, i due pensatori sono diagnosti dello stesso tempo storico, osservato da angolature diverse e con strumenti concettuali differenti. L’opposizione, spesso enfatizzata, nasconde una complementarità profonda: ciò che in uno appare come critica ontologica, nell’altro si manifesta come prova antropologica.
Entrambi colgono la tecnica come destino e non come semplice mezzo. Entrambi rifiutano la narrazione progressista che la riduce a neutralità strumentale. Ma laddove Heidegger concentra lo sguardo sulla struttura dell’evento – su come la tecnica ridisponga il rapporto tra l’uomo e l’essere – Jünger si concentra sulla figura dell’uomo che nasce e si tempra dentro quel nuovo assetto. È la differenza tra una diagnosi dell’orizzonte e una diagnosi del tipo umano.
In Heidegger, il cuore del problema è l’oblio dell’essere. La tecnica moderna, come Gestell, non è un insieme di macchine, ma un modo di svelamento che riduce il reale a fondo disponibile, a risorsa calcolabile. Il pericolo non risiede nell’uso improprio della tecnica, bensì nel fatto che questo modo di svelamento diventi esclusivo, impedendo all’uomo di accedere ad altre modalità di verità. L’uomo stesso rischia di essere risucchiato in questa riduzione, perdendo il senso del suo abitare il mondo.
Jünger non nega questa diagnosi, ma la assume da un’altra prospettiva. Per lui, la tecnica è una potenza storica irreversibile, una tempesta che attraversa l’epoca. La questione decisiva non è come arrestarla – impresa illusoria – ma se l’uomo sia capace di reggere interiormente l’urto. Qui emerge la nozione jüngeriana di tenuta: una postura che non coincide con la fuga, né con l’adesione entusiastica, ma con la capacità di mantenere forma, stile e distanza dentro il processo.
Se Heidegger individua il pericolo ontologico, Jünger esplora la possibilità antropologica. Il primo avverte: attenzione, stiamo perdendo il rapporto con l’essere. Il secondo risponde: se così è, occorre capire che tipo di uomo può attraversare questo tempo senza dissolversi. Heidegger pensa il rischio della riduzione; Jünger pensa l’arte della resistenza. Non una resistenza politica o tecnica, ma simbolica e interiore.
Per questo, contrapporli oggi è sterile. Nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, abbiamo bisogno di entrambe le prospettive. Heidegger ci aiuta a non naturalizzare l’orizzonte tecnico, a riconoscere che l’IA non è solo uno strumento, ma un modo di organizzare il reale e il pensabile. Jünger ci aiuta a non soccombere psicologicamente a questo orizzonte, a chiederci quali posture interiori, quali forme di vita, quali stili di esistenza siano ancora possibili.
Integrarli significa riconoscere che la critica dell’IA deve essere insieme ontologica e antropologica. Ontologica, per non confondere l’efficienza con la verità, il calcolo con il senso. Antropologica, per non ridurre l’uomo a vittima passiva di processi impersonali. Heidegger senza Jünger rischia di diventare paralizzante; Jünger senza Heidegger rischia di diventare estetizzante. Insieme, offrono una mappa più completa.
Oggi, più che scegliere tra l’allarme heideggeriano e la prova jüngeriana, occorre tenerli in tensione. L’uno ci ricorda che non tutto ciò che funziona ha senso; l’altro che non tutto ciò che accade può essere evitato. Tra questi due poli si gioca la possibilità di una postura adulta verso la tecnica e l’Intelligenza Artificiale: lucida nel riconoscerne i pericoli, ma capace di restare in piedi dentro il tempo che ci è dato.
Intelligenza Artificiale: nuova tecnica, vecchia prova antropologica
Nel dibattito pubblico l’Intelligenza Artificiale viene spesso presentata come una rottura assoluta, un evento senza precedenti destinato a inaugurare una nuova era dell’umanità. Il linguaggio dell’eccezionalità domina: “rivoluzione”, “salto evolutivo”, “fine del lavoro”, “superamento dell’umano”. Ma questa narrazione, per quanto suggestiva, rischia di oscurare un dato essenziale: l’IA non introduce un problema radicalmente nuovo, bensì porta all’estremo dinamiche già iscritte nella civiltà tecnica.
L’IA è una accelerazione, non una cesura. Accelera la velocità di elaborazione, la capacità di previsione, la produzione simbolica, la delega cognitiva. Ma ciò che accelera – la riduzione del reale a dato, l’ottimizzazione dei processi, la traduzione dell’esperienza in informazione – è già da tempo il cuore della modernità tecnica. In questo senso, l’IA rende visibile ciò che prima agiva in modo più lento e meno appariscente. Non crea la prova: la intensifica.
È per questo che l’Intelligenza Artificiale va compresa come una prova antropologica, non semplicemente come un’innovazione tecnologica. Essa mette alla prova la capacità dell’uomo di sostenere l’aumento di potenza senza perdere forma, senso, responsabilità. La domanda decisiva non è se l’IA diventerà più intelligente dell’uomo, ma se l’uomo saprà restare all’altezza delle proprie creazioni.
Di fronte a questa prova, il dibattito tende a polarizzarsi in due atteggiamenti speculari e ugualmente sterili. Da un lato il tecnofeticismo, che attribuisce all’IA qualità quasi salvifiche: oggettività, neutralità, capacità di risolvere problemi complessi meglio dell’umano. In questa prospettiva, l’IA diventa una nuova autorità, un oracolo statistico a cui delegare decisioni, giudizi, persino valori. Il rischio non è l’errore tecnico, ma la rinuncia alla responsabilità.
Dall’altro lato, si diffonde una demonizzazione simmetrica, che vede nell’IA una minaccia esterna, una forza disumanizzante da respingere o proibire. Anche questa posizione, pur partendo da timori legittimi, finisce per semplificare il problema. Trattare l’IA come un nemico significa evitare di riconoscere che essa è prodotto della razionalità umana, delle sue scelte economiche, culturali e simboliche. Demonizzare la tecnica equivale spesso a non interrogarsi sulle forme di vita che l’hanno resa possibile.
In entrambe le reazioni, ciò che manca è una postura adulta: la capacità di stare dentro la potenza senza esserne sedotti né schiacciati. È qui che il pensiero di Ernst Jünger si rivela una chiave preziosa. Jünger non invita né all’entusiasmo cieco né al rifiuto nostalgico. Egli riconosce la tecnica come destino storico e, proprio per questo, sposta la questione sul piano dell’uomo: come reggere la potenza senza dissolversi?
Applicata all’IA, questa prospettiva implica un cambio di sguardo. Non chiedersi solo cosa l’IA può fare, ma che tipo di soggettività incoraggia. Non limitarsi a regolare gli strumenti, ma interrogare le posture interiori: attenzione, giudizio, capacità di scelta, rapporto con l’errore. L’IA diventa così un banco di prova della maturità culturale e psicologica di una società.
Jünger ci aiuta a comprendere che l’IA non va umanizzata né demonizzata, ma attraversata. Attraversata con forma, con stile, con distanza. Questo significa riconoscerne l’utilità senza assolutizzarla, sfruttarne la potenza senza delegarle il senso, integrarla nelle pratiche umane senza permetterle di ridefinire in modo automatico ciò che conta.
In definitiva, l’Intelligenza Artificiale ripropone una questione antica in forma nuova: la sproporzione crescente tra potenza tecnica e maturità antropologica. Jünger non offre soluzioni operative, ma una bussola. Ci ricorda che ogni aumento di potenza è anche un aumento di responsabilità, e che la vera sfida non è fermare la tecnica, ma restare umani dentro la sua accelerazione.
Conclusione – Restare umani non significa restare uguali
La storia della tecnica insegna una lezione scomoda ma necessaria: la tecnica non si arresta. Non perché sia dotata di una volontà propria, ma perché risponde a una dinamica profonda della modernità, a una spinta verso l’aumento di potenza, di controllo, di previsione. Ogni tentativo di fermarla in nome di un ritorno a un passato idealizzato si è rivelato illusorio. Ma riconoscere l’irreversibilità del processo non equivale a una resa. Significa, piuttosto, spostare la questione sul piano decisivo: non se la tecnica possa avanzare, ma che forma possa assumere l’uomo nel farlo.
È qui che il pensiero di Ernst Jünger mostra la sua attualità. Jünger non chiede all’uomo di restare identico a se stesso, come se l’identità fosse una sostanza immutabile da preservare. Al contrario, riconosce che ogni epoca trasforma l’umano, ne riplasma i gesti, le percezioni, i criteri di senso. Restare umani non significa restare uguali, ma saper attraversare il cambiamento senza perdere misura, responsabilità, capacità di forma.
In questo senso, l’Intelligenza Artificiale rappresenta una occasione di chiarificazione antropologica. Essa rende esplicite domande che la tecnica aveva già posto in modo implicito: che cosa intendiamo per pensiero? per decisione? per creatività? per responsabilità? L’IA, simulando alcune funzioni cognitive umane, costringe l’uomo a interrogarsi su ciò che di umano non è riducibile a calcolo, previsione, ottimizzazione. Non toglie senso all’umano; lo mette alla prova.
Questa prova non riguarda il confronto diretto con la macchina, ma il rapporto dell’uomo con se stesso. Se l’IA diventa criterio di verità, allora l’uomo rischia di delegare il giudizio. Se diventa modello implicito di efficienza, l’uomo rischia di ridurre la propria esperienza a prestazione. Ma se viene assunta come strumento potente e limitato, come acceleratore che non coincide con il senso, allora può diventare un luogo di consapevolezza, un dispositivo che rende visibili le nostre stesse fragilità e dipendenze.
In questo quadro, Jünger non va letto come un profeta che anticipa il futuro, né come un ideologo da riabilitare o condannare. È piuttosto un allenatore dello sguardo. Ci insegna a guardare la tecnica senza illusioni e senza panico, a riconoscerne la potenza senza identificarci con essa. Il suo invito non è a dominare la tecnica, ma a reggere interiormente il mondo che essa produce.
Allenare lo sguardo significa coltivare distanza in un tempo che spinge all’immediatezza, stile in un contesto che premia la ripetizione, forma in un ambiente che tende alla dissoluzione. Significa accettare che l’uomo cambi, ma rifiutare che cambi senza criterio. In questo senso, l’eredità jüngeriana non è una risposta, ma una postura: stare nella tecnica senza essere interamente della tecnica.
Nel tempo dell’Intelligenza Artificiale, questa postura appare più che mai necessaria. Non per salvare un’idea astratta di umanità, ma per preservare la possibilità concreta di una vita umana dotata di senso, responsabilità e forma. Perché la tecnica continuerà a trasformare il mondo, ma solo l’uomo può decidere che tipo di uomo diventare mentre lo fa.
*giornalista professionista, docente di Filosofia e Scienze Umane, Direttore Tecnico dell’Osservatorio Nazionale Minori e Intelligenza Artificiale