società, filosofia, scienza, etica e politica
società, filosofia, scienza, etica e politica

Retorica e sostanza dell’inaugural address di Trump

Il richiamo all’unità del Paese non è andato oltre la constatazione che in tutti gli statunitensi scorre il sangue rosso dei patrioti

di Stefano Luconi*

 

Il discorso di insediamento del presidente degli Stati Uniti non è solo l’occasione per esporre le linee guida della politica del nuovo capo dell’esecutivo. Offre all’inquilino della Casa Bianca anche un’opportunità per incoraggiare il superamento delle contrapposizioni tra i propri sostenitori e quelli del candidato sconfitto. Almeno così è stato da quando, nel 1801, Thomas Jefferson, il neopresidente repubblicano, come si definivano allora i democratici, proclamò “siamo tutti repubblicani, siamo tutti federalisti” per favorire la riconciliazione tra le forze politiche del tempo, di fronte a un uditorio che vedeva polemicamente assente il presidente uscente, il federalista John Adams, uscito battuto da quella che resta ancora oggi la campagna elettorale più lacerante della storia americana.
Lo scorso 20 gennaio, nel suo primo discorso da presidente,  Donald Trump ha ottemperato a questa tradizione solo in apparenza, nonostante le polemiche che hanno segnato la sua elezione e malgrado il boicottaggio della cerimonia del giuramento da parte di più di cinquanta membri democratici del Congresso. Il suo richiamo all’unità del Paese non è andato oltre la constatazione che in tutti gli statunitensi scorre il sangue rosso dei patrioti, a prescindere dalla regione in cui sono nati e dal colore della loro pelle. Il tentativo di ricucire i rapporti con i democratici si è arrestato al ringraziamento a Barack e Michelle Obama per il loro aiuto nel periodo della transizione tra le due amministrazioni.
Nei confronti delle donne, che pure si stavano preparando alle manifestazioni di protesta di massa del giorno successivo, Trump non ha voluto esprimere nessuna forma di empatia per cercare di ridimensionare le proprie affermazioni sessiste del passato e la percezione che il suo obiettivo principale nella nomina del sostituto del giudice Antonin Scalia alla Corte Suprema sia l’appoggio a una giurisprudenza che cancelli il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza. Agli afroamericani, preoccupati che la sua elezione abbia inviato un segnale di legittimazione delle violenze e della brutalità delle forze dell’ordine verso i neri, non ha fornito rassicurazioni. Né ha prospettato garanzie agli ispanici e ai mussulmani, angosciati che la roboante xenofobia della campagna elettorale di The Donald possa tradursi in provvedimenti legislativi concreti. Anzi, l’esclusione di un iman dal novero dei ministri di culto che hanno impartito la loro benedizione prima del giuramento del neopresidente ha rafforzato i timori sui sentimenti anti-islamici dell’amministrazione Trump. Allo stesso modo, la mancanza di ispanici nelle designazioni dei titolari dei dicasteri è sembrata espressione dell’ostilità di The Donald per i Latinos.
Il breve discorso pronunciato da Trump, in meno di venti minuti, è riuscito a rinfocolare il mai sopito scontro politico e le critiche che avevano contrassegnato la corsa per la Casa Bianca dello scorso anno. L’intervento del neopresidente è stato imperniato sulla reiterazione dell’impegno a riportare gli Stati Uniti alla grandezza del passato attraverso una politica protezionistica e isolazionista che ponga al centro la difesa esclusiva degli interessi nazionali, primo tra tutti la crescita dell’occupazione, e non indulga a forme di collaborazione internazionale che permettano l’arricchimento di altri Paesi a scapito dell’America. L’unica concessione nei confronti di un sistema della sicurezza collettiva è stata quella di contemplare un’imprecisata alleanza per debellare il terrorismo islamico. In particolare, Trump si è scagliato contro la dirigenza di entrambi i partiti e l’establishment di Washington, a cui ha addossato la responsabilità della decadenza degli Stati Uniti e soprattutto del declino delle condizioni economiche del cittadino medio, e ha promesso di restituire al popolo americano il controllo sul governo.
Nelle parole del neopresidente la retorica ha prevalso sulle enunciazioni programmatiche e sulle formulazioni strategiche. Come se Trump si fosse trovato ancora nel pieno della corsa per la Casa Bianca del 2016, anziché davanti al Campidoglio per prestare giuramento come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, le sue dichiarazioni sono state quasi un susseguirsi di slogan (da “Buy America and Hire America” a “Make America Great Again”). Questi ultimi non hanno tenuto conto neppure del fatto che il più declamato da The Donald – “America First” – era già stato subissato di critiche durante la campagna elettorale perché riproduce la denominazione del comitato sorto nel 1940 per impedire l’intervento degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, abbandonando di fatto l’Europa nelle mani dei nazisti.
Nel suo discorso di insediamento del 1981, Ronald Reagan, il presidente repubblicano a cui Trump viene più frequentemente paragonato, dichiarò che il governo non rappresentava la soluzione ai problemi dell’America ma costituiva esso stesso il problema. Tuttavia, il suo progetto di realizzare un governo minimo si infranse contro la sconfitta del partito repubblicano nelle elezioni di metà mandato del 1982 e contro l’emergere della consapevolezza che i tagli ai programmi di previdenza sociale e di assistenza sanitaria per gli anziani avrebbero messo a repentaglio la sua rielezione nel 1984. Così Reagan fu costretto a limitarsi a ridimensionare gli stanziamenti per lo stato sociale, senza però intaccarne la struttura portante, finendo per essere accusato di tradimento dai conservatori più liberisti che lo avevano sostenuto nel 1980. Il suo direttore del Bilancio, David Stockman, si dimise addirittura dall’incarico, stigmatizzando il fallimento della “rivoluzione di Reagan” e imputando al presidente di aver consentito il “trionfo della politica” sull’idealismo neoliberista.
Il caso di Reagan potrebbe configurarsi come un precedente di quanto attende Trump. Sebbene il neopresidente si attribuisca una solida maggioranza in entrambi i rami del Congresso, non può essere dato per scontato che il ceto dirigente repubblicano, bersaglio in parte degli strali di Trump a partire dallo Speaker della Camera Paul D. Ryan, acconsentirà a realizzare il programma di The Donald senza frapporre ostacoli. Se, come sostiene Trump, l’establishment di Washington si sarebbe arricchito per anni a scapito del popolo statunitense, alimentando la corruzione, non si comprende per quale ragione dovrebbe improvvisamente restituire il controllo del governo agli americani, danneggiando i suoi stessi interessi. Per di più, numerosi deputati e senatori repubblicani sono internazionalisti e restano favorevoli a quell’integrazione dei mercati che il neopresidente avversa; rimangono contrari a una crescita della spesa federale per il potenziamento delle infrastrutture, con cui The Donald progetta invece di aiutare a creare impiego per i cittadini statunitensi; e considerano Putin un nemico di Washington, anziché uno statista con cui dialogare se non addirittura un potenziale alleato. 
Trump si illude forse di riuscire sbarazzarsi dei repubblicani che al Congresso non sono allineati sulle sue posizioni, sostenendo candidati più in sintonia con lui nelle primarie del 2018, come se potesse ricorrere a un semplice “you’re fired” (“sei fuori”), il tormentone con il quale eliminava i concorrenti quando conduceva il reality The Apprentice. Tuttavia, i numeri non sono dalla sua parte. Deputati e senatori repubblicani nei propri collegi risultano avere un seguito maggiore di The Donald. Per esempio, in Arizona, lo scorso novembre Trump si è imposto su Hillary Clinton con il 49% dei voti contro il 45,4% della candidata democratica, mentre John McCain – uno dei più autorevoli critici del neopresidente all’interno del partito repubblicano – ha ottenuto la conferma al Senato con il 53,7% dei suffragi.
Ricorrendo a un’altra delle sue ormai proverbiali boutade, Trump si è anche vantato del fatto che i membri del suo esecutivo avrebbero il quoziente intellettivo più alto di tutta la storia. Eppure il suo capo di gabinetto, Reinhold R. Priebus, è stato il presidente del comitato nazionale del partito repubblicano dal 2011 a oggi ed è, quindi, parte integrante di quella dirigenza repubblicana che Trump si è fatto vanto di attaccare. Inoltre, le recenti audizioni per la conferma delle nomine effettuate da Trump hanno attestato una disparità di vedute tra il neopresidente e alcuni membri dell’esecutivo. Per esempio, il segretario alla Difesa, il generale James N. Mattis, ha riconosciuto l’importanza della NATO, ha affermato che Washington deve onorare il trattato sul nucleare iraniano – ancorché imperfetto – e ha sostenuto che la Russia rappresenta una delle principali minacce per la sicurezza degli Stati Uniti. Pure il futuro direttore della CIA, Mike Pompeo, ha messo in guardia contro i pericoli che vengono da Mosca e ha aggiunto che non avrebbe mai autorizzato quelle tecniche brutali di interrogatorio la cui reintroduzione è stata auspicata invece da Trump per combattere il terrorismo. In modo analogo, il generale John Kelly, designato alla guida del Dipartimento della Sicurezza Interna, ha manifestato i propri dubbi sulla reale possibilità che una barriera fisica al confine tra gli Stati Uniti e il Messico – il muro che The Donald intenderebbe erigere – riesca davvero ad arginare l’immigrazione clandestina.
Trump potrà fare un ampio ricorso ai decreti presidenziali, ad esempio per cancellare il programma Deferred Action for Childhood Arrivals, la misura assunta da Obama nel 2012 per sospendere la deportazione di circa 730.000 clandestini di età inferiore a trent’anni che si sono stabiliti negli Stati Uniti prima del giugno del 2007, sono incensurati e non avevano ancora compiuto sedici anni al momento dell’ingresso nel Paese. Di uno strumento simile, nella fattispecie un memorandum presidenziale, si è già avvalso, a soli tre giorni dall’entrata in carica, per determinare il ritiro degli Stati Uniti dalla Trans-Pacific Partnership. Però, la trasformazione dalla retorica del discorso di insediamento in politiche concrete sarà molto più ardua di quanto l’ottimismo dispensato da Trump il 20 gennaio lasci supporre.

 

*docente di Storia delle Americhe all’Università di Firenze

Stampa Stampa | Mappa del sito
© 2015 - Essere & Pensiero - Testata giornalistica online ai sensi dell'art. 3-bis del d.l. 63/2012 sull'editoria convertito in legge n. 103/2012 - Direttore Responsabile: Francesco Pungitore