società, filosofia, scienza, etica e politica
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La filosofia degli antichi

Il paradigma henologico, ovvero la metafisica dell'Uno

La filosofia, come ricerca tesa al sapere e alla conoscenza intorno alla realtà e alla verità, è stata vissuta dagli antichi come un bisogno primario dello spirito umano. Proprio l'apertura della Metafisica di Aristotele chiarisce al meglio questo concetto. “Tutti gli uomini – dichiara Aristotele – per natura desiderano il sapere”. E ancora: “Non è possibile vivere da uomini senza queste cose: il sapere e il conoscere”. Ma questo anelito di conoscenza non è generico. Gli uomini tendono verso i più alti gradi del conoscere. Così come, tra le sensazioni, quella che amiamo di più è la vista, perché ci fa conoscere di più, in eguale misura, tra le scienze, quella che apprezziamo di più è la sapienza, che ci fa conoscere la verità nella misura più alta possibile per l'uomo. La sapienza ci fa conoscere “l'intero”, la totalità della realtà. Allora, è proprio a essa che, naturalmente, tendiamo. Nel Teeteto, Platone riconduce questo desiderio di conoscere dell'uomo al sentimento della meraviglia. Mediante la meraviglia l'uomo avverte di  mancare di qualcosa di importante e, quindi, aspira a uscire da tale mancanza. Qui si colloca la radice della filosofia, con le sue eterne domande. Perché c'è il tutto? Da cosa nasce? Perché c'è l'essere e non c'è il nulla? Perché c'è l'uomo? Perché ciascuno di noi esiste? Sono problemi irrinunciabili nei cui confronti anche le scienze moderne, quelle naturali e quelle umane, tacciono, perlomeno quando si tratta di argomentare sulle cause ultimative della realtà e dell'uomo. Per queste ragioni, non solo in origine ma anche ora la vecchia filosofia ha ancora senso. E continuerà ad averlo fino a quando l'uomo proverà meraviglia di fronte all'essere delle cose e al suo stesso esserci. Il fine del filosofare è il conoscere o, come dicevano i Greci, il theorein. Ma qual è il significato originario greco di theoria? Il theoros è colui che partecipa alla processione festiva per l'adorazione degli déi. Nella theoria c'è, dunque, un assistere attivo, una visione dell'avvenimento divino che è anche partecipazione reale a ciò che avviene. Questo è il significato di theoria nel suo senso originario, ben lontano da quello attuale, che rimanda ad un astratto pensare. La theoria dei Greci è visione ed è partecipazione attiva e reale. 
La theoria dei Greci non è una dottrina di carattere intellettuale, ma è una dottrina di vita, fortemente legata all'esistenza. Nel suo procedere verso la conoscenza, il filosofo si trasforma, inverando le virtù da lui oramai incarnate perché viste, conosciute e partecipate. C'è una potenza pratica e salvifica nel contemplare le verità più alte: è un rivolgersi dalle tenebre alla luce che esige una vera e propria conversione spirituale. Il theorein, come attività conoscitiva dalle evidenti implicazioni morali, tempra l'anima dell'uomo, la sua psyché, ovvero ciò che c'è di più simile al divino. Nell'anima è, dunque, riposta la nostra felicità. “L'anima – sostiene Democrito – è la dimora della nostra sorte”. Più ci si innalza verso la contemplazione della verità, maggiore sarà il grado di felicità dell'anima e dell'uomo. Ma la verità somma, quella che riguarda l'intero, il tutto, può mai essere raggiunta? Secondo i Greci sì, questa verità è raggiungibile. Tutto ciò che è, è pienamente conoscibile secondo la famosa affermazione di Parmenide: “Lo stesso è il pensare e l'essere”. E per il Greco l'essere è l'intero ed è il vero. Addirittura i Neoplatonici aggiungono anche altro, poiché nutrono la convinzione che non solo il vero sia pienamente conoscibile ma che sia possibile anche unificarsi estaticamente con l'assoluto, causa prima di tutto ciò che è, dell'intero, dell'essere. Un assoluto che ci circonda, ci fascia, ci inonda. La verità che noi cerchiamo, in buona sostanza, è sempre con noi e intorno a noi. Dobbiamo solo abituarci a vederla. Il filosofo, dunque, si misura con la totalità delle cose, con l'intero dell'essere. Ma l'intero non è, semplicemente, l'insieme delle singole cose, non è la somma delle parti. La domanda del filosofo sull'intero riguarda il perché ultimo delle cose stesse, nella misura in cui vuole spiegare le ragioni per cui tutte le cose sono. Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Parmenide affrontano il problema dell'intero seguendo una stessa linea di coerenza. L'intero è ciò che comprende in sé tutte le cose e che di tutte le cose è guida. E' l'Uno da cui tutto deriva e in cui tutto ritorna. Tutto è Uno. Dunque, verso quell'Uno tende il filosofo, l'amante della scienza della totalità dell'essere. “Da tutte le cose l'Uno e dall'Uno tutte le cose” afferma Eraclito. Ecco emergere con chiarezza il paradigma fondamentale del pensiero greco, quello henologico (ovvero, la metafisica dell'Uno).     
L'Uno è ciò da cui tutto deriva e verso cui tutto tende. Platone lo collocava chiaramente al di sopra dell'essere, così come si evince dalla Repubblica: ...epékeina tès ousìas. Più nello specifico, Platone riteneva che la qualifica di essere competesse, in senso vero e proprio, solamente al mondo ideale, intelligibile. Essere vero e proprio, per Platone, è solamente ciò che è eterno, che non nasce e non si corrompe. Il divenire, invece, generato e corruttibile, è qualcosa che cerca l'essere e che solo provvisoriamente lo conquista. Ecco che, però, nel pensiero greco, appare un paradigma alternativo, quello ontologico di Aristotele. Secondo lo Stagirita, in estrema sintesi, l'essere e l'Uno sono la medesima cosa e una realtà unica. Quale novità apporta questa concezione ontologica, alternativa a quella henologica? Sostanzialmente, Aristotele recupera come vero essere anche quello sensibile. L'Uno non è più il principio primo, perché Uno ed essere sono la medesima cosa. Da questo paradigma metafisico aristotelico derivano sia il Tomismo che l'ontologia moderna, grazie, soprattutto, al recupero che ne fanno gli Arabi nel Medioevo. Eppure, se è vero che la concezione aristotelica ha avuto questa importanza epocale, occorre pur considerare che questa influenza non la esercitò mai nell'ambito del mondo antico, né pagano né cristiano. Il pensiero antico fu henologico, non ontologico. Questa realtà emerge con chiarezza nelle Enneadi di Plotino, lì dove il ragionamento aristotelico viene completamente capovolto. Plotino scrive: “L'essere è molteplicità. Quindi, è diverso dall'Uno. L'Uno è il primo”. L'Uno torna al di sopra dell'essere. Il principio primo è l'Uno e l'essere deriva dall'Uno. Proprio nelle stesse Enneadi fa ingresso l'esperienza mistica, come forma di conoscenza metarazionale. Infatti, se tutte le realtà devono il loro essere all'Uno, ciò significa che è solo dalla presenza dell'Uno che dipende l'essere di tutte le cose. Una presenza “non saputa” della quale bisogna acquistare consapevolezza. L'Uno provoca il desiderio, lo sforzo, il tendere all'unione con se stesso. Questa “esperienza della presenza” dell'Uno in noi è il tratto caratteristico dell'esperienza mistica. Una esperienza che non avviene per atto di intelligenza, ma per la presenza di una facoltà che è superiore alla scienza. E' una conoscenza superiore, una metaconoscenza, che consiste nella identificazione del soggetto conoscente con la cosa conosciuta. 

 

Francesco Pungitore

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