società, filosofia, scienza, etica e politica
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Cibo e religione

Un rapporto da valorizzare

Niente più dell’alimentazione – dell’atto di alimentarsi, e del cibo in senso lato – è in grado di generare condotte sociali finalizzate all’autorealizzazione e alla socializzazione, nonchè controversie culturali (pure religiosamente connotate) e sentimenti discriminatori. Questo perché l’approccio al cibo, le modalità di alimentazione e i comportamenti pubblici connessi, costituiscono il risultato di un complesso intricato di norme morali, di costume e giuridiche (puro/impuro, vietato/permesso, consigliato/sconsigliato, etc.) aventi come finalità la coesione politica, la fedeltà al gruppo di appartenenza, oppure l’orientamento morale generale (e i suoi risvolti sociali: di lealtà verso regole e precetti particolari) da parte del cittadino-credente in una fede religiosa o in un sistema filosofico orientato al benessere psico-fisico. 
I precetti religiosi disegnano, all’interno dei margini (assai labili) delle formazioni sociali guidate da forze extra-quotidiane (Weber), una serie di modelli di utilizzo del cibo che si strutturano in processi di varia natura: stabilire cosa è o non è commestibile; quali sono le modalità di preparazione del cibo e i tempi per la sua assunzione; rafforzare il profilo identitario del gruppo, etc. Di rimando, i diritti religiosi (sistemi fondati su norme poste direttamente dalla divinità la cui superiorità rispetto a quelli secolari «esige un’obbedienza assoluta») si sviluppano sulla base di metanarrazioni finalizzate a “rivestire” in senso prescrittivo certe regole pubbliche, comprese quelle alimentari, funzionali alla coesione di una comunità e alla tenuta del sistema politico. Un esempio può essere dato dal cibo kashèr per l’ebraismo, regola alimentare posta direttamente da Dio nella Torah, la cui imperatività surclassa qualsiasi ipotesi di “ragionevolezza” espressiva della volontà razionale umana. Nell’Islam, invece, la distinzione tra ciò che è considerato haram (proibito, illecito) e ciò che, al contrario, è halal (lecito, non proibito da Dio), sovrintende tutta la «minuziosa materia delle regole alimentari». Noto è il caso del divieto coranico di assumere bevande alcoliche o di accostarsi in stato di ebbrezza alla preghiera. Degni di nota son anche i riflessi che i rituali alimentari scaricano sul rapporto tra identità della persona e ambiente lavorativo. 
Ma Dio può essere onorato anche in una versione più soft, come fanno per esempio alcuni gruppi protestanti, per esempio gli Avventisti del Settimo Giorno (e secondo modalità in parte simili anche gli induisti) che, sulla scorta di una regola a cavallo tra prescrizione religiosa in senso stretto (comando divino) e sensibilità culturale lato sensu, hanno introitato nel loro stile di vita un food use patterns vegetariano ritenuto, in quanto sobrio e non violento, necessario per onorare al meglio la divinità. Esistono poi realtà religiose – strutturate secondo la definizione “classica” di “confessione religiosa” o “Chiese” –, come quella cattolica e ortodossa (ma non solo), all’interno delle quali assume una valenza peculiare la previsione di tempi di astinenza in relazione a particolari cibi. Così, il diritto canonico stabilisce che: «Si osservi l’astinenza dalle carni o da altro cibo (…) in tutti e singoli venerdì dell’anno [e] l’astinenza e il digiuno, invece, il mercoledì delle Ceneri e il venerdì della Passione e Morte del Signore Nostro Gesù Cristo» (can. 1251). Entrambe le previsioni sono finalizzate principalmente alla purificazione del corpo e dello spirito, e all’ascetismo, che richiede uno sforzo ben maggiore. A conferire una cogenza simbolicamente più forte a queste pratiche, contribuisce inoltre il ruolo assunto da particolari figure professionali aventi il compito di supervisionare la conformità dei materiali e dei procedimenti alle regole dei rispettivi ordinamenti e riconosciuti in quanto tali anche in alcuni contesti europei secolarizzati e pluralisti, con la previsione di deroghe rispetto alle norme di carattere generale poste a garanzia dell’autonomia dei gruppi in relazione a quanto prescrivono molte costituzioni in materia di libertà religiosa (es. art. 19 Cost. italiana). Rileva, in particolare, la macellazione rituale ebraica e musulmana e di coloro che sono abilitati a tale pratica. I movimenti migratori e la conseguente trasformazione multiculturale delle società occidentali, hanno fatto emergere in maniera sempre più chiara queste realtà che non mancano di sollevare problemi di diritto interculturale, cioè di un diritto pubblico che intende coniugare la «valorizzazione dell’identità» con la «elaborazione di una grammatica dell’uguaglianza, espressione dei processi di integrazione e transizione democratica» (Ricca). 
Un’ultima considerazione riguarda il nuovo spazio che l’alimentazione di tipo vegetariano o vegano sta guadagnando un po’ ovunque. Anche qui, le tradizioni a sfondo religioso costituiscono un retroterra vitale in grado di implementare processi di “marcatura culturale” degli spazi pubblici secolarizzati, che nulla hanno a che spartire con sviluppi di matrice confessionista quanto, piuttosto, con dinamiche di recupero e valorizzazione di canoni alimentari funzionali al buon vivere. Si tratta, perciò, di prospettive importanti, sia sotto il profilo della cultura alimentare che della riscoperta e valorizzazione di matrici ideali la cui valenza “sacrale” rappresenta un utile argine al dilagare della brutale spettacolarizzazione del cibo. 

 

prof. Gianfranco Macrì

(Università degli Studi di Salerno)


 

Riferimento bibliografici
Daimon. Diritto comparato delle religioni (numero speciale), Regolare il cibo, ordinare il mondo. Diritti religiosi e alimentazione, 2014. Un fascicolo – come scrive in premessa V. Pacillo (Nutrire l’anima. Cibo, diritto e religione) dedicato a una riflessione «sulle modalità con le quali i precetti religiosi creano o rafforzano, strutturandoli, i food use patterns che si rintracciano nel corpo sociale»;
Chizzoniti A.G., Tallacchini M. (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Libellula, Tricase (LE) 2010; 
De Oto A., Precetti religiosi e mondo del lavoro. Le attività di culto tra norme generali e contrattazione collettiva, Ediesse, Roma 2007; 
Ferrari S., Lo spirito dei diritti religiosi. Ebraismo, cristianesimo e islam a confronto, il Mulino, Bologna 2002;
Macrì G., Parisi M., Tozzi V., Diritto civile e religioni, Laterza, Roma-Bari 2013;
Ricca M., Oltre babele. Codici per una democrazia interculturale, Dedalo, Bari 2008; 
Weber M., Economia e società. Comunità religiose, Donzelli, Roma 2006.

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