società, filosofia, scienza, etica e politica
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Giusto prezzo, una scelta etica 

Quando decidiamo di acquistare un prodotto agroalimentare di qualità determiniamo il nostro futuro in termini di salute e di economia più sana

di Francesco Pungitore

 

Prezzo vero, prezzo equo, prezzo giusto. L'argomento è di forte attualità in questi giorni. Di prezzo vero, equo e giusto parlano gli allevatori italiani, portando avanti la loro guerra del latte contro le multinazionali del settore. “Giusto” prezzo per un “giusto” latte è lo slogan della loro protesta. Ma in che senso? In buona sostanza, sta accadendo che gruppi di industriali monopolisti abbiano deciso di sottopagare il latte italiano, ben al di sotto dei costi di produzione. Gli stessi industriali, poco tempo fa, avevano tentato di liberalizzare l’uso di semilavorati esteri e “polveri” per la produzione di formaggi e yogurt da etichettare con la bandierina italiana. La manovra non è passata e, da quel momento, si è scatenata la rappresaglia. Insomma, il quadro è il seguente: c'è qualcuno che vuole produrre a costi bassi presunti latticini, con proporzioni minimali di latte, e poi rivenderli, facendoli pure passare per gustosissimi prodotti caseari di stretta tradizione tricolore. L'idea commerciale è chiara ed è quella in base alla quale i clienti comprano di più se affascinati da una immagine di qualità ad un prezzo abbordabile. Ma qui è proprio la qualità che manca. La domanda è: quel prezzo basso che andremmo a pagare sarebbe, parallelamente, anche “giusto”? Giusto per noi, per la nostra salute, per quella dei nostri figli? Giusto, per il contesto sociale, economico e ambientale in cui viviamo? Sicuramente no. Non può passare inosservato questo ennesimo strappo del nostro vivere etico e civile. Ma non vogliamo parlare solo di latte. Pensiamo ai pomodori. Come riporta il rapporto nazionale sulle Agromafie, c'è un 98 per cento di ortaggi “Made in Cina” che finisce in Italia. Nei container arrivano anche tonnellate di pomodori concentrati, più facilmente trasportabili e quindi più economici, trattati con pesticidi o persino scaduti. Qui il tutto viene lavorato e  diventa così “Made in Italy”. Gran parte di quel pomodoro cinese targato Italia torna all'estero, dove poi viene smerciato con la veste di un'eccellenza tricolore. Ovviamente a costi più bassi dell'originale. Anche questo, è un giusto prezzo? E veniamo all'olio. In queste ore scopriamo che quello venduto dalle solite multinazionali come “extravergine” in realtà non lo era. Si trattava di semplice olio d’oliva, meno pregiato e soprattutto meno costoso (ancora!). Lo ha scoperto la procura di Torino dopo aver fatto analizzare dei campioni di bottiglie prelevate nei supermercati dai carabinieri del Nas. La rivista Test, nel maggio 2015, aveva pubblicato un articolo sulla vicenda, citando le analisi dell’olio extravergine e le stesse aziende coinvolte. Per essere extravergine, l’olio deve rispettare precisi parametri chimici e organolettici: l’acidità non può superare gli 0,8 per cento di grammi di prodotto; la presenza di perossidi (al massimo 20); gli alchil (la qualità dell’oliva). È sufficiente che non sia rispettato uno solo dei criteri previsti affinché l’olio non sia più "extra". Ecco, dunque, l'ennesimo esempio di un prezzo “ingiusto” per un prodotto, peraltro, immesso sul mercato in frode ai consumatori. A questo punto dovrebbe essere piuttosto evidente: prezzi di vendita estremamente bassi diventano, inevitabilmente, sinonimo di bassa qualità o, peggio ancora, di vere e proprie truffe e manipolazioni. Bisognerebbe, pertanto, tornare a riflettere più approfonditamente sul binomio valore-prezzo. Tutti noi dovremmo farlo, nel momento in cui operiamo la nostra scelta quotidiana: cosa portare in tavola? Bernardino da Siena (1380-1444) scriveva nel Quadragesimale de Evangelio aeterno: “Il prezzo dei beni e dei servizi è definito per il bene comune, tenendo in debita considerazione la valutazione o la stima comune fatta collettivamente dalla comunità dei cittadini”. E' proprio questo che manca, oggi. Il prezzo andrebbe ricollocato in una più giusta e più ampia relazione con il concetto di bene comune. Il che non significherebbe sottomettere il singolo all'interesse collettivo. Anzi a guadagnarci, in questo caso, sarebbero proprio tutti, individuo e società. Concludendo, spenderemmo tutti molto meno, generando un diffuso flusso positivo, scegliendo semplicemente la qualità. Parliamo della qualità riconosciuta, certificata e inattaccabile. Qualità che esiste ed è a nostra disposizione. Parliamo della scelta di una alimentazione basata sul chilometro zero, cioè sulla produzione da filiera corta. Parliamo dei prodotti biologici, biodinamici e naturali, di cui il consumatore può accertare direttamente e con estrema precisione la provenienza e la metodologia utilizzata per la coltivazione. Produzioni finalizzate non a massimizzare la resa (abbassando artificiosamente i costi) ma basate sulle migliori pratiche ambientali, per concepire la crescita di un alto livello di biodiversità e la salvaguardia presente e futura delle risorse naturali. Se pensassimo a tutto questo saremmo dei veri consumatori consapevoli.

 

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