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Dal Ttip rischi per la salute dell'uomo e per l'ambiente

Onufrio (Greenpeace): un negoziato assai poco trasparente

E' possibile che, recentemente, vi siate imbattuti più di una volta nella sigla Ttip. Dietro questo acronimo (in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership), gli Stati Uniti e l'Unione Europea stanno negoziando un gigantesco accordo commerciale, al centro di forti critiche. Ne abbiamo discusso con il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio (nella foto). Fisico, ricercatore, Onufrio ha lavorato per diversi enti italiani e stranieri sui temi della valutazione ambientale dei cicli tecnologici e delle politiche energetiche per la riduzione dei gas a effetto serra. Già consigliere d’amministrazione dell’Agenzia per l’ambiente (all’epoca Anpa) è stato per cinque anni direttore scientifico dell’Istituto sviluppo sostenibile Italia (Issi).

 

Il Ttip, il Trattato commerciale transatlantico in discussione da oltre due anni, sembra dirigersi verso l'approdo definitivo. Non mancano i dubbi e le proteste in tutto il mondo. Ma cos'è il Ttip e perché è rischioso?
“È un Trattato tra Usa e Eu che mira a rimuovere le barriere “non tariffarie” ai commerci di beni e servizi tra i due Paesi. Tra le altre cose, quindi, punta anche ad “armonizzare” le normative in materia di tutela dell’ambiente e dei diritti, oltre che a prevedere un meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati (Isds). Un primo problema è l’elevato grado di segretezza sul testo, che rende l’intero negoziato assai poco trasparente. La questione di fondo è che, per ridurre queste barriere “non tariffarie”, le norme che regolano ad esempio gli standard ambientali e sociali vanno ridotte al minimo comun denominatore, in modo da rendere più facili gli investimenti. Considerando questa logica del Trattato, anche l’Isds – meccanismo non nuovo e già operante in alcuni accordi bilaterali – è un rischio per i cittadini. Viene infatti proposto come arbitrato di tipo privatistico con tre avvocati chiamati a decidere di cause tra aziende e Stati, al di fuori dunque del quadro normativo dello Stato coinvolto. Per fare un esempio, se una attività industriale viene chiusa o limitata per ragioni ambientali o per una nuova normativa più rigorosa, la multinazionale può far causa allo Stato per i danni che subisce. In caso di vittoria dell’azienda (e c’è già una casistica), oltre ai danni all’ambiente e/o alla salute, i cittadini si troveranno a pagare con le tasse anche i danni che lo Stato dovrà rimborsare. Lo stesso procedimento non verrebbe invece applicato a una azienda con sede legale nel medesimo Stato e quindi sottoposta alle sue leggi, introducendo così una disparità nelle tutele tra aziende con sedi legali in Paesi diversi”. 

 

Greenpeace si è appellata al diritto di conoscere anticipatamente quel che è previsto negli accordi. Ma perché, al momento, è ancora tutto coperto da segretezza?
“Questa riservatezza è stata esplicitamente richiesta dai negoziatori Usa. Persino i parlamentari europei hanno gravi limitazioni ad accedere alla documentazione, che peraltro è vastissima”.

 

Quali sono i rischi più gravi per l'ambiente e l'agricoltura?
“Di abbassare i livelli di tutele al minimo comun denominatore, quale che sia: nel caso dell’uso dei pesticidi, ad esempio, di consentire sostanze pericolose e sospette cancerogene proibite nell’Ue ma non negli Usa; oppure, al contrario, di ridurre gli standard di emissione delle auto che sono più rigorosi negli Usa, come dimostrato dal recente scandalo Volkswagen. E, ancora, di aprire la porta agli Ogm, tema contro cui la gran parte degli Stati europei si è schierato e da tempo. Il regolamento europeo Reach sulla chimica che, comunque, è il più avanzato al mondo, rischierebbe di saltare, come di recente esplicitamente ammesso dal Ministero Ambiente tedesco. Si rischia in sostanza di veder ridotti gli standard ambientali e allentate le norme agricole decise in base a un processo democratico dalle istituzioni di entrambe le sponde dell’Atlantico”.

 

Chi c'è, in buona sostanza, dietro questo accordo?
“Vari interessi economici. L’agrochimica, ad esempio, gioca un ruolo rilevante. Più in generale si tratta degli interessi di grandi imprese, generalmente multinazionali, che vogliono ridurre i costi con una semplificazione normativa al ribasso e un meccanismo legale di maggior tutela per i loro investimenti. Noi invece crediamo che tra investimenti, ambiente e salute, questi ultimi due vadano maggiormente tutelati”.

 

Cosa si può fare, oggi, per contrastarlo?
“Innanzitutto informarsi, e aiutare il movimento internazionale che si oppone al Ttip ad aumentare la pressione: ad esempio, firmando la petizione europea promossa dalla campagna europea Stop Ttip (sul cui sito si trovano molti materiali utili), che ha superato i 3 milioni di firme, e lettere come quella di Greenpeace Italia, inviate agli europarlamentari europei, che hanno già superato le 110 mila firme”.

 

Francesco Pungitore

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