società, filosofia, scienza, etica e politica
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Omeopatia: favorevoli o contrari? 

Prima di rispondere, è meglio riflettere su alcune ricerche scientifiche

di Giovanni De Giorgio*

 

Riguardo all'omeopatia siete favorevoli o contrari? Questa è la domanda che viene posta ai gentilissimi lettori. Prima di rispondere, però, è meglio riflettere su alcune ricerche scientifiche. Una riflessione è certamente utile per intuire, ponderare, capire, al fine di rispondere alla domanda in questione con maggiore consapevolezza, senza farsi condizionare dalla simpatia o dall'antipatia, e soprattutto senza farsi influenzare dal pensiero altrui. Anch'io, in effetti, potrei influenzare, ma non intendo farlo. E mi sforzo a non farlo. Perciò, scrivendo queste righe, mi sforzo a non influenzare, pur essendo un medico che esercita da tanti anni l'omeopatia e crede fermamente nel valore di questa disciplina. Sono un medico che crede nel valore dell'omeopatia e dell'allopatia, senza alcun fanatismo. L'allopatia è una terapia importante, ma anche l'omeopatia lo è quando viene esercitata col buon senso. Insomma, l'omeopatia è una disciplina seria. Questa è la mia opinione. Ad ogni modo, la mia opinione non influenzi affatto il gentile lettore, anzi, il lettore mi contrasti pure, magari dopo aver riflettuto un pochino sulle mie argomentazioni e, soprattutto, dopo aver considerato i risultati ottenuti durante alcune ricerche scientifiche che verranno menzionate in seguito. Per tentare di non appesantire la lettura e agevolare la comunicazione divulgativa, in seguito citerò soltanto poche ricerche riguardanti l'omeopatia; poche, sì, ma “significative”. Nel predispormi a citare in questo articolo soltanto poche ricerche, intendo precisare che tutte le altre non menzionate meritano un fragoroso applauso. Un applauso, dunque, vada a tutti i ricercatori che s'impegnano nel realizzare ricerche scientifiche serie, sistematiche, rigorose, utili ad agevolare la comprensione degli “enigmi” dell'omeopatia. Ebbene sì, l'omeopatia, disciplina che metaforicamente cura il veleno con il veleno in base alla “legge della similitudine”, utilizza medicinali che oserei definire “enigmatici” e “misteriosi” in quanto molti di essi non contengono nessun principio attivo. Sì, nessun principio attivo. Ecco perché, con la terapia omeopatica, il “veleno” non avvelena, anzi, si trasforma in una sorta di “contravveleno”. Per intenderci, in omeopatia, pure il veleno del serpente più micidiale perde la capacità di uccidere. Questo avviene perché i medicinali omeopatici sono estremamente diluiti, potrei dire “annacquati”, ed alcuni risultano addirittura privi della sostanza inizialmente presente in soluzione. Insomma, la sostanza inizialmente presente in soluzione, dopo un certo numero di diluizioni, diventa totalmente “assente”, ma c'è da ipotizzare che essa rimanga “memorizzata” nel solvente. Il solvente avrebbe una memoria? Probabilmente sì. La “memoria dell'acqua” non è una stravagante fantasia, altrimenti come si spiegherebbero le guarigioni ottenute con l'omeopatia? E inoltre, come si spiegherebbero alcuni “effetti” ottenuti con le ultradiluizioni omeopatiche e riscontrati addirittura con esperimenti in vitro? E' tutto un mistero? Anche la “memoria dell'acqua” è un mistero? Sembrerebbe di no, giacché autorevoli ricercatori scientifici, Elia et alii, in un loro articolo pubblicato nel 2007 sulla rivista Homeopathy, affermano addirittura che la memoria dell'acqua è un enigma quasi decifrato: “The 'Memory of Water': an almost deciphered enigma. Dissipative structures in extremely dilute aqueous solutions”. Questo è il titolo dell'articolo che porta la firma autorevole di Vittorio Elia, del Dipartimento di Chimica dell'Università Federico II di Napoli, e dei suoi autorevoli collaboratori. Su questo articolo, comunque, mi soffermerò in seguito. Per il momento desidero soltanto sottolineare che l'omeopatia potrà sembrare misteriosa ed enigmatica, e, di fatto, lo è in termini scientifici, ma non magici e illusionistici. Dunque, nessuna palla di vetro o bacchetta magica. Si parli, invece, di medicina, biologia, chimica, fisica, matematica... insomma, si parli di scienza e non di fantascienza. La scienza aiuta a capire gli enigmi dell'omeopatia. Ciò avviene perché molte ricerche, serie e rigorose, agevolano la conoscenza e la riflessione scientifica. La riflessione scientifica è importante per riordinare le idee sull'efficacia della famigerata acqua omeopatica, ironicamente considerata “acqua fresca” dagli scettici, ma certamente sbalorditiva quando sortisce effetti concreti in diverse sperimentazioni rigorose realizzate da chi se ne intende di ricerca. In riferimento a tante sperimentazioni rigorose, il dubbio che l'acqua omeopatica non sia uguale alla semplice “acqua fresca”, in verità, è un dubbio che mi sembra lecito. Questo dubbio credo che debba continuare ad alimentare il dialogo, il dibattito e la discussione su un argomento complesso che non coinvolge soltanto la scienza, ma la cultura in generale. Un argomento complesso non dovrebbe essere liquidato in quattro e quattr'otto, come talvolta avviene, tantomeno dovrebbe essere liquidato proprio da chi è abituato a riflettere, pensare, ponderare, non a “liquidare”. Peraltro, non è bello “liquidare” e risolvere sbrigativamente le questioni con affermazioni secche e definitive. Ad ogni modo, io rispetto educatamente chiunque, pure chi desidera esprimersi con affermazioni che sono “secche” e “definitive”, ma, sinceramente, mi sorge qualche dubbio su alcune affermazioni tuonanti, espresse con tono “apocalittico” e indicanti una “fine”... una “fine dell'omeopatia”. Ho qualche dubbio, sì, su certe valutazioni e conclusioni che non mi sembrano tanto adeguate per risolvere alcune complesse questioni. Le complesse questioni riguardanti l'omeopatia non credo che si possano risolvere con l'utilizzazione linguistica della parola “fine” che, ad onor del vero, potrebbe stroncare un dibattito storico che va avanti da circa due secoli. Nonostante la parola “fine” piaccia a molti, il dibattito storico però non viene stroncato, anzi, prosegue, e prosegue con molto interesse. Per quanto mi riguarda, amo partecipare a qualsiasi dibattito che non viene stroncato, ma viene alimentato. Mi piace il dibattito costruttivo, civile, pacato, perciò non amo interrompere l'interlocutore. Non nego, però, che talvolta mi viene la voglia di interrompere il discorso dell'interlocutore che alza la voce perché mi vuole sottomettere con la potenza della sua notorietà. Ammiro la notorietà di taluno e talaltro, ma l'ammiro un po' di meno quando essa tenta di dominarmi e mettermi in soggezione. Sono umile, sì, ma non soffro di soggezione. Ed allora mi dispiace molto se talvolta sono costretto a interrompere il discorso del magniloquente che mi vuole dominare con colpi di retorica o con frasi ampollose, frasi fatte, frasi esternate per confondermi il cervello. Siccome voglio bene al mio cervello, con doveroso rispetto e con pacatezza, senza mai alzare la voce, mi limito a replicare educatamente ed interrompere il discorso del magniloquente o del ragionatore retorico che ragiona a senso unico. Sempre con educazione, rispetto e pacatezza, non di rado mi permetto di interrompere il discorso dell'abilissimo calcolatore che s'impegna a realizzare complicati calcoli statistici al fine di far quadrare i conti, forzatamente, magari per tentare di convincermi che l'asino vola e l'aquila raglia. Credo che i calcoli statistici e matematici siano estremamente importanti, ma credo pure che l'abilità calcolatoria non dovrebbe mai manifestarsi come un'azione matematicamente potente e al contempo obnubilante, soporifera, stordente, in virtù della quale i numeri vengono gestiti come mezzi ipnotici, per ipnotizzare, dominare e convincere l'interlocutore che l'asino vola e l'aquila raglia. Se talvolta i numeri riescono a convincere che l'asino vola, perché non dovrebbero essere in grado di convincere che l'aquila raglia? Per quanto mi riguarda, non mi dispiacerebbe affatto se l'asino riuscisse a volare, ma l'eventuale volo dell'asino non lo decido io, e non lo decide nemmeno l'abilità calcolatoria che si rivela paradossalmente “antimatematica” quando cerca di convincermi che l'aquila raglia. L'aquila non raglia! Questa verità si sostiene da sola, ma può anche sostenersi con l'abilità calcolatoria che va di conserva con il buon senso, l'equilibrio e l'atteggiamento critico. Senza il buon senso, qualcuno potrebbe veramente intravedere un asino volante e un'aquila ragliante. Sarebbe un'allucinazione! In verità, l'asino non vola e il nano, che sale abitualmente su uno sgabello per sembrare un gigante, non è affatto un gigante. Per quanto mi riguarda, ammiro il vero gigante che non ha bisogno di salire sullo sgabello e non tenta di convincermi che l'aquila raglia. L'aquila, checché ne dicano i numeri, non raglia! Questo lo sa il vero gigante, senza sgabello, che io apprezzo e ammiro. Lo ammiro un po' di meno - comunque lo apprezzo per la sua sincerità - quando mi riferisce ironicamente di aver “sentito dire in giro” che le ultradiluizioni omeopatiche sono totalmente inefficaci, oppure, quando sarcasticamente mi ricorda che già da tempo è stata annunciata la “fine” e l'apocalisse dell'omeopatia. Per rispetto, applaudo al simpatico gigante che sa ironizzare e farmi sorridere, ma, al contempo, gli ricordo che la parola “fine” è molto facile da pronunciare. Facile da pronunciare, ma difficile da ascoltare ed accettare. In buona sostanza, la parola “fine” è difficile da accettare quando si ama il proseguimento e non la conclusione improvvisa del dialogo. Il dialogo sull'omeopatia, peraltro, non è arrivato alla fine, anzi, è appena cominciato, tant'è vero che la ricerca scientifica continua, prosegue, va avanti, e, mentre va avanti, fornisce alcuni risultati sbalorditivi che evidenziano gli “effetti” reali e non suggestivi delle ultradiluizioni omeopatiche. Dei risultati in questione, sbalorditivi ed ottenuti “scientificamente”, forse il gigante non se ne sarà accorto, ma tant'è. I risultati che evidenziano l'efficacia dell'omeopatia sono sotto gli occhi di tutti, ma non sotto gli occhi di chi preferisce usare la vista per osservare unicamente risultati negativi e fallimentari. Così non va bene. Sicché, pur rispettando educatamente il gigante, e pur manifestando simpatia nei suoi confronti, non riesco a capirlo quando s'impegna a vedere unicamente i risultati negativi e fallimentari, ma, soprattutto, non riesco a comprenderlo quando s'accanisce a dirigere la sua ironia contro l'omeopatia, disciplina tenuta in seria considerazione da autorevoli studiosi impegnati nella ricerca. Il dialogo sull'omeopatia, grazie alla ricerca, prosegue. E prosegue sia per motivi scientifici sia per motivi di civiltà: la nostra civiltà si fonda sul dialogo. Onore a Socrate! Per motivi di civiltà, nel mio piccolo continuo a dialogare seriamente sull'omeopatia, e pure lungamente, non di certo per alimentare una lungaggine o per ripetere ossessivamente ciò che ho già detto, ma per tentare di elaborare, intrecciare e articolare ragionamenti che, a mio modesto avviso, dovrebbero funzionare come piattaforma ideativa su cui ognuno può poggiare le proprie idee, a suo piacimento, fors'anche per innescare una sorta di intellettuale procedimento alchemico capace si rigenerarsi proprio con la ripetizione. Mi piace la ripetizione, non vana, ma finalizzata a trasformare in meglio. In meglio, non in peggio. Pertanto, tento con tutte le mie forze di trasformare in meglio ogni pensiero, sperando di fondere le mie idee con quelle del mio gentilissimo lettore all'interno di un mentale, trasformativo e metaforico crogiolo alchemico funzionante, ma funzionante mediante l'intuito che sa cogliere il senso della pazienza e della ripetizione. Per tentare di dare un senso, anche in questo momento elaboro una ripetizione, ribadendo che la “fine” dell'omeopatia non è ancora arrivata, semmai è arrivata una nuova era in cui la ricerca scientifica si dimostra estremamente attenta alla medicina omeopatica. Nella nostra era, infatti, non mi pare che il mondo abbia assistito ad un “tramonto”, ma ad una bellissima “alba” scientifica dell'omeopatia. Com'è noto, già da parecchio tempo la ricerca scientifica fornisce risultati promettenti che, in modo serio, confermano abbondantemente l'efficacia terapeutica delle dosi ultradiluite, apprezzate e vantate per circa due secoli dall'omeopatia classica. Ecco perché credo che l'omeopatia classica non proceda verso un “tramonto”, ma continui ad albeggiare scientificamente da circa due secoli, illuminando il cielo della scienza con una luce nuova che forse non viene vista da chi si copre gli occhi con una benda. Non intendo far polemica con chi ha voglia di coprirsi gli occhi e afferma, ad esempio, che l'omeopatia è terapeuticamente inefficace perché non può essere efficace. Così mi fu detto tempo addietro da un galantuomo. Tentai di replicare, ma il galantuomo si riteneva “superiore” e mi liquidò con una battuta, esternando un tono di sufficienza, pensando forse che io avessi soggezione di lui. Rispettosamente, ma senza alcuna soggezione, trattenni gentilmente il galantuomo e replicai alla sua battuta con un'altra battuta, tentando pure di fargli capire che il rispetto verso gli altri non si manifesta con una servile compiacenza. Tentai pure di fargli capire che il rispetto verso gli altri è maggiore allorquando gli “inferiori” non chinano il capo, ma contrastano intelligentemente ed educatamente i “superiori”, i quali, essendo “superiori”, dovrebbero esser lieti di applaudire gli “inferiori” che non chinano il capo supinamente. Il galantuomo se ne andò. Prima di andarsene, blaterò per qualche minuto, litigò con se stesso, salì su uno sgabello, apparve come un gigante... ed infine cadde dallo sgabello. Allora, improvvisamente, m'apparve un nano. Racconto questo episodio, con una punta di ironia e con l'aiuto della metafora, per dire allegramente che le questioni riguardanti l'omeopatia dovrebbero far discutere, ma durante le discussioni gli interlocutori non dovrebbero mai scadere nella compiacenza servile, tantomeno nell'arroganza e nella superbia. Personalmente credo che bisogna discutere con equilibrio, senza esternare né superbia né servile compiacenza. Credo pure che bisogna alimentare il confronto, non per polemizzare a vuoto, ma per tentare di capire, giacché diverse questioni relative alle potenzialità terapeutiche dell'omeopatia non sono affatto risolte, anzi, possono ingarbugliarsi di più se viene negata l'evidenza, se lo scetticismo procede a senso unico e se le ricerche che evidenziano l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche vengono sminuite dagli utilizzatori dello sgabello. Con la solita metafora che m'aiuta, devo dire che ho incontrato spesso gli utilizzatori dello sgabello che, pur di averla vinta, citavano esclusivamente le ricerche che bocciavano l'omeopatia, ma non quelle che evidenziavano alcuni importanti effetti ottenuti con le ultradiluizioni omeopatiche. Gli utilizzatori dello sgabello dovrebbero avere maggiore attenzione e rispetto. Personalmente ho grande rispetto degli scettici che sanno criticare intelligentemente l'omeopatia, mi scappello pure nei loro confronti, ma rimetto subito il cappello in testa se m'imbatto in coloro i quali criticano soltanto per “sentito dire”. Talvolta mi sono imbattuto addirittura in qualcuno che ripeteva la parola “fine” soltanto perché aveva “sentito dire” che questa parola era stata utilizzata nel titolo di un editoriale pubblicato su una prestigiosa rivista. Con tutto il rispetto verso la prestigiosa rivista, verso cui m'inchino, devo educatamente ipotizzare che la parola “fine” sia stata usata in maniera inappropriata, se non altro perché, a distanza di circa dieci anni, la “fine” annunciata non è ancora arrivata. Sicché, a distanza di circa dieci anni da quando venne pubblicato il famoso editoriale, mi viene spontaneo continuare a riflettere sulla parola “fine” che, a mio modesto avviso, risuona con potenza “apocalittica” e – per dirla con molta franchezza –  si rivela pure un po' azzardata. Lo dico con grande rispetto, ma questa parola mi sembra un po' azzardata quando viene “incastrata” nel contesto di certe affermazioni liquidatorie che, oltre a risuonare con potenza apocalittica, mi sembrano risuonare con potenza stroncatoria. Ad esempio, mi sembra stroncatoria, ma scientificamente discutibile, la parola “fine” utilizzata nel titolo di un editoriale apparso nel 2005 sulla prestigiosa rivista, The Lancet: “The end of homoeopathy” (1). Intendo precisare con insistenza, con gentilissima insistenza, che nei confronti della prestigiosa rivista mi tolgo doverosamente il cappello e nei confronti di chi ha scritto l'editoriale esprimo il mio più grande rispetto. Con grande rispetto, però, vorrei riflettere sul titolo dell'editoriale che nel 2005, a quanto pare,  avrebbe voluto sentenziare solennemente “la fine dell'omeopatia”. Con gentilezza ed educazione desidero vivamente ripetere, almeno tre volte, che questa “fine” non è ancora avvenuta. Basti dire che, negli anni successivi alla pubblicazione del famoso editoriale il cui titolo annunciava “la fine dell'omeopatia”, continuarono ad apparire autorevoli articoli scientifici le cui pagine erano ricche di notizie, per molti versi sbalorditive, riguardanti alcune sperimentazioni e ricerche estremamente serie durante le quali era stata evidenziata l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche. Pertanto, bisogna ammettere che oggigiorno la ricerca scientifica sull'omeopatia esiste ed è pure di ottima qualità. Ad esempio, è di ottima qualità la ricerca scientifica realizzata da autorevoli studiosi, Frenkel et alii, che hanno realizzato un interessante esperimento in vitro. La ricerca è stata pubblicata nel 2010 sull'International Journal of Oncology. Durante questa ricerca sono stati evidenziati  effetti citotossici di ultradiluizioni omeopatiche su cellule di tumore mammario (2). Chiunque sia maggiormente interessato, vada pure a leggere e a rileggere l'articolo originale. Dunque, ricordo brevemente che, mentre nel 2005 viene “sentenziata” la fine dell'omeopatia, nel 2010 viene comunicato che le ultradiluizioni omeopatiche hanno effetti citotossici addirittura sulle cellule tumorali. In riferimento alla ricerca di Frenkel et alii, ritengo opportuno ribadire fermamente che i rimedi omeopatici “ultradiluiti”, spesso ritenuti “acqua fresca” da chi non crede nell'omeopatia, sono stati studiati con l'esperimento in vitro su cellule tumorali, e non su pazienti eventualmente suggestionabili. I pazienti possono essere suggestionabili, ma le cellule no. Questa sottolineatura è importante perché l'efficacia dell'omeopatia, com'è ben risaputo, viene spesso attribuita alla suggestionabilità e all'effetto placebo. A tirare in ballo l'effetto placebo e la suggestionabilità sono spesso gli scettici, i quali non riconoscono l'efficacia dei medicinali omeopatici, diluiti, talmente diluiti, da non contenere “nulla”. Non soltanto gli scettici, ma anche gli estimatori dell'omeopatia sanno benissimo che i medicinali omeopatici ultradiluiti non contengono nessuna molecola e nessun principio attivo, ma, diversamente dagli scettici, gli estimatori non escludono che le ultradiluizioni omeopatiche contengano “qualcosa” che le rende efficaci. Siccome io faccio parte degli estimatori, credo che le ultradiluizioni omeopatiche contengano “qualcosa”, non so esattamente “cosa”, ma “qualcosa” che le rende efficaci addirittura in vitro e su cellule tumorali. Lo studio di Frenkel et alii parla chiaro. Che lo studio in vitro di Frenkel et alii parli chiaro e sia altamente significativo, autorevole e scientificamente attendibile, non devo certamente confermarlo io, che scrivo umilmente queste poche righe. Io posso soltanto inchinarmi verso l'autorevolezza dei ricercatori:  Frenkel M., Mishra B.M., Sen S., Yang P., Pawlus A., Vence L., Leblanc A., Cohen L. (The University of Texas M.D. Anderson Cancer Center, Houston, USA), Banerji P., Banerji P. (P. Banerji Homeopathic Research Foundation, Kolcata, India). La ricerca di Frenkel et alii non è certamente l'unica ricerca che evidenzia gli “effetti” delle ultradiluizioni omeopatiche. Sebbene siano diverse le ricerche autorevoli e attendibili che evidenziano “scientificamente”  l'efficacia dell'omeopatia, non pochi scettici continuano a criticare la famigerata “acqua fresca”, acqua omeopatica, in cui viene riscontrata la totale “assenza” di principio attivo. Con tutto il rispetto per gli scettici, verso cui esprimo cordialità e gentilezza, desidero prendere le dovute distanze dalle loro opinioni e dai loro convincimenti, impegnandomi a riflettere non soltanto sul loro scetticismo, ma anche sul loro buon senso. Gli scettici sono certamente uomini di buon senso, ma purtroppo persistono nella svalutazione delle ultradiluizioni omeopatiche soltanto perché in esse vi è una totale “assenza” di principio attivo. Penso che gli scettici farebbero bene a riflettere non soltanto sulla totale “assenza” di principio attivo,  ma anche sull'eventuale “presenza” di “qualcosa” (ancora non identificato dalla scienza) che “agisce” realmente, addirittura in vitro. L'assenza del principio attivo, dunque, non toglie efficacia alle ultradiluizioni omeopatiche, altrimenti come si spiegherebbero i risultati ottenuti da Frenkel et alii? Come si spiegherebbero tanti altri riscontri di efficacia “omeopatica” ottenuti con la ricerca scientifica e non con la bacchetta magica? E soprattutto, come si spiegherebbero le innumerevoli guarigioni avvenute nel corso due secoli? E' tutta suggestione? Prima di rispondere a questa ultima domanda, vorrei invitare il gentile lettore a riflettere ancora una volta sull'autorevole ricerca di Frenkel et alii e pure sulle altre autorevoli ricerche commentate in seguito brevemente, e non lungamente, soltanto per evitare di appesantire la lettura. Una precisazione. Per non appesantire la lettura del presente scritto e per tentare di agevolare massimamente la comunicazione divulgativa, non potrò citare tutte le ricerche scientifiche sull'omeopatia, ma doverosamente farò un applauso alle autorevoli ricerche non citate. Dopo questa doverosa precisazione, tenterò con tutte le mie forze di alleggerire lo scritto, sperando vivamente di fare delle citazioni “ad hoc”, selezionando gli articoli scientifici più funzionali allo scopo della presente discussione. Nell'intenzione di alleggerire lo scritto, ma pure nell'intenzione di ottimizzare la trasparenza, in seguito citerò per filo e per segno alcuni brevi e significativi passi tratti dagli articoli originali, scritti in inglese, pubblicati su importanti riviste. Spero che questi brevi passi, citati “ad hoc”, faranno riflettere il lettore scettico e pure quello che non è scettico, peraltro, spero che consentiranno al più grande scettico di rispondere con maggiore consapevolezza alla seguente domanda: l'omeopatia è un balla? Mi auguro che le successive righe, forse un pochino “tecniche” ed impegnative, siano gradite anche dal lettore non “addetto ai lavori”, ma culturalmente curioso. Durante la lettura, dunque, il lettore “culturalmente curioso” non si perda d'animo e gentilmente prosegua la sua riflessione sulle informazioni fornite con questo mio articolo che, a fin di bene, talvolta cercherò di elaborare con la ripetizione “tattica” dello stesso concetto. Farò del mio meglio. Ed allora, per favore, un po' di attenzione. Sto per iniziare con le citazioni. Le citazioni riguardano importanti articoli scientifici, pubblicati prima e dopo il 2005, cioè, prima e dopo la pubblicazione dell'editoriale dal titolo che annunciava e per molti versi “sentenziava” la fine dell'omeopatia: “The end of homoeopathy”. Prima di iniziare con le citazioni, ancora una breve precisazione: nell'editoriale pubblicato dal Lancet viene menzionata l'opinione di Kant, il quale diceva che noi vediamo le cose non come sono realmente, ma in funzione di come siamo noi. Ed allora, veniamo a noi! Veniamo a noi e riflettiamo perché c'è da credere che abbia ragione Kant. Se noi, ad esempio, siamo estremamente scettici, “vediamo” l'omeopatia con occhi estremamente scettici, dunque, “vediamo” con occhi sproporzionatamente scettici anche gli “effetti” riscontrati scientificamente con l'utilizzo delle ultradiluizioni omeopatiche. Viceversa, se siamo fideisti, rischiamo di “vedere” l'omeopatia con occhi acritici e pieni di cieca fiducia. Ecco perché tutti noi, favorevoli o contrari all'omeopatia, dobbiamo imparare a “vedere”. Ma, attenzione, dobbiamo imparare a “vedere” i “fatti” e non il pelo nell'uovo, altrimenti rischiamo di scadere nel paradosso di vedere perfettamente il pelo, ma senza vedere l'uovo. Per quanto mi riguarda, m'impegno vivamente a “vedere” l'uovo, e poi, logicamente, m'impegno ad osservare il pelo. Ad ogni modo, non mi faccio condizionare dal pelo. Pertanto, cerco di dosare lo scetticismo, facendolo aumentare o diminuire in base ai “fatti”, non in base agli atteggiamenti sproporzionatamente scettici che, in verità, potrebbero addirittura compromettere la mia razionalità e la mia volontà scientifica. Parliamo di volontà scientifica? Soltanto un accenno. La volontà scientifica è una cosa seria, va rispettata, perciò non deve mai essere manipolata dall'abilità calcolatoria e simultaneamente antimatematica. L'abilità calcolatoria ed antimatematica, associata all'estremo scetticismo, non c'entra nulla con la scienza. Anche lo scetticismo a “senso unico” non c'entra con la scienza. Ecco perché la vera, nobile e autentica scienza usa lo scetticismo a “doppio senso”, perciò, lo rivolge anche verso se stessa. La vera scienza non ha paura di rivolgere lo scetticismo verso se stessa. Come uomo di scienza, nel mio piccolo, anch'io non ho paura di rivolgere lo scetticismo verso me stesso, ma soprattutto non salgo su uno sgabello per sembrare più alto, non sfrutto le mie abilità calcolatorie o retoriche per convincere e sbalordire, non m'illudo di sapere. Socraticamente, so di non sapere, pertanto, cerco umilmente di imparare e di capire. Ed allora, per tentare di capire, cerco di riflettere sugli studi che “bocciano” l'omeopatia, ma, per non pensare a senso unico, cerco pure di riflettere sugli studi che non la bocciano affatto. Per riflettere, e per tentare di capire, sperando pure che il buon Kant mi aiuti un pochino a ragionare, di seguito citerò alcune importanti ricerche scientifiche (realizzate ovviamente da autorevoli studiosi) che sinceramente dovrebbero far riflettere chiunque, soprattutto chi è assolutamente convinto che l'omeopatia sia inefficace, o, ben che vada, sia efficace soltanto per “effetto placebo”. Le citazioni saranno accompagnate da brevissimi commenti, pertanto,  il lettore maggiormente interessato ed esigente viene cortesemente invitato a leggere gli articoli integrali. Ecco le citazioni. Nel 1980, sul British Journal of Clinical Pharmacology,  viene pubblicato un articolo relativo ad un interessante studio di Gibson et alii (The Glasgow Homoeopathic Hospital and The Centre for Rheumatic Diseases, University Department of Medicine, Royal Infirmary, Glasgow, Scotland) durante il quale sono stati evidenziati significativi miglioramenti in quei pazienti che avevano assunto rimedi omeopatici. Sperando di agevolare l'informazione e stimolare la curiosità culturale del gentilissimo lettore, in accordo alla finalità divulgativa ed alla comunicazione estremamente sintetica di questo mio scritto, desidero citare un breve passo tratto dall'articolo originale. Il passo, tratto dall'abstract dell'articolo originale, è veramente breve, ma spero possa risultare utile alla discussione e all'assennata critica. Ecco il passo: “There was a significant improvement in subjective pain, articular index, stiffness and grip strength in those patients receiving homoeopathic remedies whereas there was no significant change in the patients who received placebo” (3). Nel 1986, sull'autorevole rivista Lancet (la stessa rivista che nel 2005 pubblica l'editoriale il cui titolo annuncia “la fine dell'omeopatia”) appare un interessante articolo di Reilly et alii  (Glasgow Homoeopathic Hospital; University Department of Bacteriology and Immunology, Western Infirmary, Glasgow; and Department of Statistics, University of Glasgow). L'articolo riferisce uno studio durante il quale sono stati osservati attentamente 144 pazienti affetti da febbre da fieno. I risultati si rivelano molto interessanti. In sintesi, rispetto ai pazienti che hanno assunto un placebo, quelli che hanno assunto un preparato omeopatico hanno accusato un maggiore miglioramento sintomatologico. Ai fini della trasparenza, ma anche ai fini della riflessione e della discussione, di seguito viene citato un breve e significativo passo tratto dall'articolo originale: “Patients taking a homoeopathic preparation showed a greater improvement in symptoms than those taking a placebo” (4). Cazin (Faculté de Pharmacie, Lille Cédex) et alii, nel 1987, pubblicano sulla rivista Human Toxicology un articolo che riporta i risultati di uno studio sugli effetti delle diluizioni decimali e centesimali di arsenico sulla ritenzione e mobilizzazione di arsenico nel ratto. Tutte le diluizioni, come affermano gli autori, si sono dimostrate attive. Tratto dall'abstract: “All the dilutions studied were found to be active. The strongest effects were observed after the administration of dilutions corresponding to a concentration of 10(-14) (14dH and 7cH). Overall, the decimal dilutions augmented the elimination of arsenic more than the centesimals” (5). In buona sostanza, lo studio di Cazin et alii evidenza che le diluizioni omeopatiche di arsenico favoriscono l'eliminazione di arsenico nel ratto. Nel 2003, sull'International Journal of Oncology, Pathak (Department of Cancer Biology and Laboratory Medicine, The University of Texas, M.D. Anderson Cancer Center, Houston, USA) et alii pubblicano un articolo riguardante uno studio sul medicinale omeopatico Ruta 6. Nell'articolo vengono riportati risultati molto interessanti. Per dirla in breve, gli autori riferiscono alcune regressioni complete dei tumori (“complete regression of tumors”). Per agevolare la trasparenza e la discussione, ma anche per amor di scienza, sento il dovere di citare un breve e significativo passo tratto dall'abstract: “We treated human brain cancer and HL-60 leukemia cells, normal B-lymphoid cells, and murine melanoma cells in vitro with different concentrations of Ruta in combination with Ca3(PO4)2. Fifteen patients diagnosed with intracranial tumors were treated with Ruta 6 and Ca3(PO4)2. Of these 15 patients, 6 of the 7 glioma patients showed complete regression of tumors” (6). Nel 2004, sulla rivista scientifica Rheumatology, viene  pubblicato un articolo relativo ad uno studio realizzato da Bell (The University of Arizona, Tucson, USA) et alii su pazienti affetti da fibromialgia. Nell'articolo viene affermato che l'omeopatia individualizzata si è dimostrata significativamente migliore del placebo. Ecco un breve passo tratto dall'abstract: “The present study demonstrated that individualized homeopathy is significantly better than placebo in lessening tender point pain and improving the quality of life and global health of persons with fibromyalgia”) (7). Nel 2005, giusto per ricordarlo ancora una volta, viene pubblicato il già citato editoriale sulla rivista Lancet: “The end of homoeopathy” (1). Sempre nel 2005, proprio nello stesso anno in cui l'editoriale del Lancet annuncia “la fine dell'omeopatia”, appare un articolo sul BMC Public Health che fornisce informazioni molto interessanti. Ecco, in estrema sintesi, le informazioni interessanti: in base ai risultati ottenuti con uno studio su 3981 pazienti, la terapia medica omeopatica può giocare un ruolo benefico nella cura a lungo termine dei pazienti con malattie croniche. Di seguito, viene citato un breve passo tratto dall'abstract dell'articolo: “Our findings indicate that homeopathic medical therapy may play a beneficial role in the long-term care of patients with chronic diseases”. Lo studio è di Witt (Institute for Social Medicine, Epidemiology and Health Economics, Charité University Medical Center, Berlin, Germany) et alii (8). Nel 2006, Mac Laughlin (Department of Physiology and Biophysics, Georgetown University Medical Center, Washington, USA) et alii pubblicano sulla rivista Integrative Cancer Therapies un articolo riguardante alcuni esperimenti sull'efficacia di alcune preparazioni omeopatiche sul cancro della prostata. Gli esperimenti sul preparato omeopatico Sabal serrulata, a quanto pare, hanno fornito risultati abbastanza significativi. Gli autorevoli autori, infatti, affermano nell'abstract che Sabal serrulata dovrebbe essere ulteriormente studiato come uno specifico rimedio omeopatico per la patologia prostatica: “Sabal serrulata should thus be further investigated as a specific homeopathic remedy for prostate pathology”. Ai fini della riflessione e della discussione, ecco un altro breve passo tratto dall'abstract: “Treatment with Sabal serrulata in vitro resulted in a 33% decrease of PC-3 cell proliferation at 72 hours and a 23% reduction of DU-145 cell proliferation at 24 hours (P<.01)” (9). Nel 2007, sulla rivista  Asian Pacific Journal of Cancer Prevention,  viene pubblicato un articolo riguardante un interessante studio sui topi realizzato da Sunilia Es (Amala Cancer Research Centre, Amala Nagar, Thrissur, Kerala State, India) et alii. Gli autori affermano nell'abstract che i risultati  supportano che i preparati omeopatici di Ruta e Hydrastis hanno una significativa attività antitumorale: “These findings support that homeopathic preparations of Ruta and Hydrastis have significant antitumour activity” (10). Nel 2008, sulla rivista Complementary Therapies in Medicine, viene pubblicato una articolo di Keil (Institute for Social Medicine, Epidemiology and Health Economics, Charité University Medical Center, Berlin, Germany) et alii riguardante uno studio realizzato su 118 bambini con eczema, divisi in due gruppi, allo scopo di valutare la terapia omeopatica rispetto al trattamento convenzionale. Con lo studio viene evidenziato che entrambi i gruppi sono migliorati in modo simile riguardo alla percezione dei sintomi dell'eczema (valutata dai pazienti o genitori) e alla qualità della vita in relazione alla malattia. Gli autori nell'abstract affermano: “Over a period of 12 months, both therapy groups improved similarly regarding perception of eczema symptoms (assessed by patients or parents) and disease-related quality of life” (11). Nel 2009, sulla rivista The Clinical Journal of Pain, Witt (Institute for Social Medicine, Epidemiology and Health Economics, Charité University Medical Center, Berlin, Germany) et alii pubblicano un articolo relativo ad uno studio che evidenzia l'efficacia della classica terapia omeopatica della lombalgia. Gli autori, infatti, affermano chiaramente nell'abstract: “Classic homeopathic treatment represents an effective treatment for low back pain and other diagnoses. It improves health-related QoL and reduces the use of other healthcare services”. (12). Nel 2010 viene pubblicato sull'International Journal of Oncology l'articolo di Frenkel et alii, sopra citato, in cui vengono riferiti i risultati di un importante studio durante il quale sono stati riscontrati gli effetti citotossici di ultradiluizioni omeopatiche, Carcinosin, Phytolacca, Conium e Thuja, su cellule di tumore mammario. Per agevolare la trasparenza, ma pure la riflessione e la discussione, cito un breve e significativo passo tratto dall'abstract: “We studied four ultra-diluted remedies (Carcinosin, Phytolacca, Conium and Thuja) against two human breast adenocarcinoma cell lines (MCF-7 and MDA-MB-231) and a cell line derived from immortalized normal human mammary epithelial cells (HMLE). The remedies exerted preferential cytotoxic effects against the two breast cancer cell lines, causing cell cycle delay/arrest and apoptosis” (2). Sempre nel 2010 viene pubblicato sulla rivista Psychopharmacology (Berl) un articolo relativo ad uno studio effettuato da Magnani et alii (Università di Verona, Italia) durante il quale viene evidenziato che il medicinale omeopatico Gelsemium sempervirens agisce sulla reattività emotiva dei topi, e che i suoi effetti ansiolitico simili sono evidenti. Ecco un breve passo tratto dall'abstract: “The overall pattern of results provides evidence that G. sempervirens acts on the emotional reactivity of mice, and that its anxiolytic-like effects are apparent, with a non-linear relationship, even at high dilutions” (13) Lo studio sul Gelsemium sempervirens appena citato, desidero rapportarlo ad un altro, realizzato da Bellavite et alii (Università di Verona, Italia). Lo studio evidenzia che le dosi omeopatiche di Gelsemium sempervirens influenzano le risposte emotive dei topi ad ambienti nuovi, implicando un miglioramento nel comportamento esplorativo e una diminuzione della tigmotassi e neofobia. Ecco, di seguito, un breve passo tratto dall'abstract dell'articolo pubblicato nel 2011 sulla rivista Evidence-based complementary and alternative medicine: “In conclusion, homeopathic doses of G. sempervirens influence the emotional responses of mice to novel environments, suggesting an improvement in exploratory behavior and a diminution of thigmotaxis or neophobia” (14). Nel 2011, sulla rivista BMC Cancer, viene pubblicato uno studio di Rostock (Tumour Biology Center at Albert Ludwig's University Freiburg, Germany) et alii durante il quale è stato osservato un miglioramento della qualità della vita e una tendenza alla diminuzione dei sintomi della fatica in pazienti affetti da cancro sotto complementare trattamento omeopatico. Di seguito, un breve passo tratto dall'abstract: “In our prospective study, we observed an improvement of quality of life as well as a tendency of fatigue symptoms to decrease in cancer patients under complementary homeopathic treatment” (15). Nel 2012, sulla rivista Integrative Cancer Therapies, viene pubblicato uno studio di Preethi (Amala Cancer Research Centre, Thrissur, Kerala, India) et alii. Dallo studio emerge che l'apoptosi è uno dei meccanismi implicati nella riduzione del tumore ad opera dei farmaci omeopatici. Tratto dall'abstract: “These data indicate that apoptosis is one of the mechanisms of tumor reduction of homeopathic drugs” (16). Nel 2013, sul Journal of Integrative Medicine, viene pubblicato un articolo di Mukherjee (Cytogenetics and Molecular Biology Laboratory, Department of Zoology, University of Kalyani, West Bengal, India) et alii. L'articolo riferisce i risultati di uno studio durante il quale viene evidenziato che il medicinale omeopatico Thuya 30C dimostra una capacita sorprendente di riparare i danni al DNA causati dal benzo(a)pirene (potente cancerogeno). Ecco, a tal proposito, cosa affermano gli autorevoli autori: “Thuja 30C itself had no DNA-damaging effect, and no direct drug-DNA interaction. However, it showed quite striking ability to repair DNA damage caused by BaP” (17). Sempre nel 2013 viene pubblicato un articolo su Homeopathy relativo ad ricerca di Arora (Jaypee University of Information Technology, Waknaghat, Solan, Himachal Pradesh, India) et alii, ricerca che fornisce informazioni molto interessanti sull'attività antiproliferativa di alcuni medicinali omeopatici. Nell'abstract dell'articolo appena viene affermato: “This study provides preliminary laboratory evidence indicating the ability of homeopathic medicines as anticancer agents” (18). Cito ancora un altro articolo pubblicato nel 2013. Sulla rivista BMC Complementary and Alternative Medicine viene pubblicato un articolo relativo ad uno studio di Saha (Division of Molecular Medicine, Bose Institute, Kolkata, India) et alii. Con la ricerca viene evidenziato che il medicinale omeopatico Calcarea carbonica induce apoptosi in cellule tumorali (19). Nel 2014 viene pubblicato un articolo sulla rivista Global Advances in Health and Medicine relativa ad una ricerca realizzata da Bell (Department of Family and Community Medicine, The University of Arizona College of Medicine, Tucson, United States) et alii. La ricerca riguarda la nanomedicina integrativa. E' interessante la seguente affermazione degli autori: “Taken together, the nanoparticulate research data and the Banerji Protocols for homeopathic remedies in cancer suggest a way forward for generating advances in cancer treatment with natural product-derived nanomedicines” (20). Nel 2015 viene pubblicato un articolo sull'International Journal of Oncology riguardante uno studio preclinico realizzato da Saha (Division of Molecular Medicine, Bose Institute, Kolkata, India) et alii. I risultati hanno chiaramente delineato il meccanismo molecolare che sta alla base dell'effetto apoptogenico del rimedio omeopatico non-tossico, sulphur, nelle cellule NSCLC (non-small cell lung carcinoma: carcinoma polmonare non a piccole cellule). Questo viene affermato dagli autori nell'abstract: “Overall, the findings of this preclinical study clearly delineated the molecular mechanism underlying the apoptogenic effect of the non-toxic homeopathic remedy, sulphur, in NSCLC cells” (21). A questo punto, dopo aver riflettuto sulle ricerche scientifiche sopra citate che evidenziano l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche, pongo a me stesso, e soltanto a me stesso, alcune domande: posso permettermi di pensare che l'omeopatia non curi le persone con semplice “acqua fresca”? Posso permettermi di pensare che l'omeopatia non sia una disciplina magica o suggestiva? Posso permettermi di pensare che i medicinali omeopatici non agiscano per effetto placebo o per illusionismo terapeutico?Posso permettermi di pensare che i medicinali omeopatici contangano “qualcosa” che li rende efficaci?  Posso permettermi di pensare che gli autorevoli studiosi impegnati nella ricerca scientifica sull'omeopatia meritino un fragoroso applauso? Ed infine, posso permettermi di pensare che non sia affatto arrivata la “fine” dell'omeopatia? Sì, posso permettermelo! Posso permettermelo perché, in riferimento agli studi citati, le ultadiluizioni omeopatiche non sono affatto paragonabili all'acqua fresca che sgorga dal rubinetto. Attraverso le progressive diluizioni omeopatiche, il principio attivo scompare dal solvente, ma, attenzione, durante la sua scomparsa, il principio attivo modificherebbe il solvente, tant'è vero che un illustre fisico, Pannaria, affermò a suo tempo che “nelle diluizioni omeopatiche, private anche dell’ultima molecola, resterebbe la stampa, l’impronta della molecola, cioè l’antimolecola, o antiparticella” (22). Anche un illustre matematico, Fantappié, affermò qualcosa che potrebbe essere utile per tentare di comprendere il fenomeno estremamente complesso che avviene nelle ultradiluizioni omeopatiche: “Non si può escludere che, quando c'è stata in soluzione una certa sostanza, la sua presenza e la succussione operata nel complesso, possa apportare modificazioni nel solvente. Anche se non c'è nessuna molecola di soluzione, però c'è stata, ed è verosimile che il solvente, come tale, sia stato modificato” (23). In base a quanto è stato appena riportato, ciò che agirebbe omeopaticamente non sarebbe il principio attivo (che scompare), ma il solvente, che viene modificato dal principio attivo durante le progressive diluizioni e succussioni. Il principio attivo, man mano che scompare dal solvente durante le progressive diluizioni e succusioni, lascerebbe una sorta di impronta nel solvente. Ciò potrebbe sembrare una magia, ma, in verità, non è una magia. La magia non c'entra proprio nulla. C'entra la scienza. La scienza, e non la magia, deve spiegare la misteriosa “memoria dell'acqua”. Oggigiorno la “memoria dell'acqua” viene studiata seriamente da autorevoli uomini di scienza. Tanto per fare un esempio, cito ancora una volta l'articolo degli autorevoli autori, Elia (Dipartimento di Chimica, Università Federico II di Napoli, Complesso Universitario di Monte S.Angelo, Napoli, Italy) et alii. L'articolo, pubblicato sulla rivista Homeopathy, ha un titolo molto chiaro e fa decisamente intendere che la memoria dell'acqua è un enigma quasi decifrato: “The 'Memory of Water': an almost deciphered enigma. Dissipative structures in extremely dilute aqueous solutions”. Gli autorevoli autori affermano nell'abstract: “In the last decade, we have investigated from the physicochemical point of view, whether water prepared by the procedures of homeopathic medicine (leading inexorably to systems without any molecule different from the solvent) results in water different from the initial water? The answer, unexpectedly, but strongly supported by many experimental results is positive. We used well-established physicochemical techniques: flux calorimetry, conductometry, pHmetry and galvanic cell electrodes potential. Unexpectedly the physicochemical parameters evolve in time” (24). Per dirla in breve, in base all'autorevole studio di Elia et alii, l'acqua delle preparazioni omeopatiche è un'acqua diversa da quella iniziale. A questo punto desidero porre ancora una volta la domanda ai gentilissimi lettori: siete favorevoli o contrari all'omeopatia? Coloro i quali dovessero essere “contrari”, cioè, in opposizione alla teoria, alla pratica e a tutto ciò che riguarda l'omeopatia, hanno certamente le loro buone ragioni, ed io, con assoluto rispetto, non oso metterle in discussione. Io mi limito, ripeto, mi limito soltanto a stimolare umilmente la discussione, invitando cortesemente i lettori a riflettere sugli studi che ho citato in questo articolo, a riflettere sui brevi ma significativi passi tratti dagli articoli originali e riportati doverosamente per filo e per segno, a riflettere sulle ricerche che “scientificamente” evidenziano alcuni effetti reali e non immaginari delle ultradiluizioni omeopatiche. Queste, con l'esperimento e non con la fantasia, hanno dimostrato di “agire”, “funzionare” ed essere “efficaci”. Coloro i quali sono maggiormente interessati, specialmente i medici e gli “addetti ai lavori”, sono gentilmente invitati a leggere gli articoli integrali. Detto questo, mi limito a pensare, a ripensare e a convincermi decisamente che l'omeopatia non è affatto arrivata alla “fine”, ma è soltanto all'inizio. Questo lo penso da circa dieci anni, cioè, dal 2005, da quando apparve il ben noto editoriale. Mentre penso, e mentre ripenso che troppo spesso qualcuno continua a ripetermi come un ritornello il titolo di quel noto editoriale, io mi concentro sulle ricerche che non indicano affatto la “fine” dell'omeopatia, ma un autorevole e scientifico “inizio”. Ebbene sì, penso e ripenso, cercando di costruire pensiero utile, e, al contempo, rispettando educatamente chiunque dovesse credere che l'omeopatia sia arrivata alla “fine”. Sicché, rispettando chiunque abbia un'opinione diversa dalla mia, mi avvicino amichevolmente sia al nano sullo sgabello sia al galantuomo altezzoso, sia al falso gigante sia al finto “superiore”, e tendo ad entrambi la mano per una calorosa stretta. Una bella stretta di mano. Non ce l'ho con nessuno. Un po' di rispetto nei miei confronti, però, sarebbe gradito. Anche perché restituisco gentilmente la pariglia. Sono fatto così. Credo che il rispetto venga prima di ogni cosa. Il rispetto, dunque, lo esprimo con tutte le mie forze più gentili ed educate.  Questo lo ripeto mille volte. E chiedo scusa se mi ripeto. Come ho detto in precedenza, mi piace ribadire e ripetere alcuni contenuti non per assecondare la prolissità, ma per tentare di elaborare meglio i pensieri e, magari, trasformarli in pensieri migliori. Ci provo. Umilmente provo ad avviare la trasformazione verso il meglio, fors'anche ripetendo spesso il medesimo concetto, ma ripetendolo logicamente in riferimento ad una motivazione che m'accompagna e mi spinge a usare pazientemente il mio metaforico crogiolo trasformativo. Talvolta, come crogiolo, uso la poesia. Anche questo articolo desidero concluderlo con una mia poesia, pubblicata nel 2013 (25). La poesia viene qui riportata con qualche minima modifica. Ed allora chiudo con la poesia, con delle rime omeopatiche, o meglio, con delle rime omeopaticamente satireggianti scritte in un periodo di solitudine professionale che, in verità, mi ha insegnato tante cose e mi ha profondamente trasformato. Mi ha trasformato la solitudine, l'oblio, la dimenticanza, ma al contempo mi ha trasformato il bellissimo ricordo di un mio caro e indimenticabile maestro, grande maestro, che mi ha tanto apprezzato e, con l'inchiostro, ha scritto di me cose bellissime. Sono cose di cui non mi vanto, ma, in verità, ne vado fiero. Vado fiero, in solitudine, e vado fiero in compagnia delle persone vere, riconoscenti e nobili di cuore che scrivono con l'inchiostro, non con la matita. L'inchiostro non si cancella. Questo mi basta. Mi basta la retta via. Mi basta l'apprezzamento del vero gigante che non ha bisogno di salire sullo sgabello. Mi basta il crogiolo. Ed allora, uso il crogiolo per ripetere e trasformare, ripetere e trasformare, ripetere e trasformare anche con l'aiuto della poesia. Uso il crogiolo soprattutto per tentare di miscelare la mia allegria con la mia umile e modesta intelligenza. L'intelligenza triste non mi piace. Sono un tipo allegro. Ecco perché uso allegramente il crogiolo e miscelo, miscelo, miscelo per ore, giorni, anni. Ogni tanto mi fermo. Mi fermo, osservo l'aquila che vola, stringo fra le dita il mio fonendoscopio, mi sottometto al Grande Cielo, ammiro il vero gigante e all'improvviso dirigo lo sguardo verso il nano, lo fisso negli occhi, restituisco gentilmente la pariglia e poi, con un pizzico di allegra ironia, gli ripeto mille volte di scendere da quell'inutile sgabello.

[Pubblicato il 22.02.2016]

 

Rime omeopaticamente satireggianti

Mi sento solo ed abbandonato,
senza amici e senza compagnia,
ma poetando già son migliorato
e mi rinnovo tutta l'allegria
che vien dall'omeopatica visione
 della vita, scienza e poesia.

 

 La poesia non cerca l'illusione,
ma scava in fondo nelle mie ragioni,
 ironizza, poi canta l'emozione
e satireggia pur sulle questioni.
Il poetar mi serve seriamente
per meditar sui tristi bacchettoni

 

che sfoggiano la fede falsamente

e, forse, sono più superstiziosi
di color che, purtroppo e ingenuamente,
  vorrebbero scacciare la nevrosi
 col cornetto, e senza amare il vero,
senza amare la scienza dei virtuosi.

 

Io nei veri virtuosi sempre spero,
 nei veri religiosi, tanto amati,
nei santi e scienziati che davvero
amano, non per essere vantati,
non per esser bigotti della scienza
e della fede. Falsi patentati,

 

bacchettoni, contrari a conoscenza,
baciapile e guitti senza onore,
senza fede e senza la sapienza
sono solo bugiardi e fanno orrore.
Scienza e fede sono, sì, importanti,
ma se amano, se curano il dolore.

 

Sicché voglio curare senza vanti,
senz'essere bigotto né fissato,
da omeopatico curo tanti e tanti,
da allopatico curo motivato;
omeopatia o allopatia,
con entrambe io curo l'ammalato.

 

La medicina è una. Che mania
parteggiare per una disciplina!
Sono tanti che seguono la via
della buona e forte medicina,
che, unita, raddoppia la sua forza,
guadagna la sua stima e non rovina.

 

E rovina, purtroppo, chi si sforza
a metter cani contro gatti umani,
e applaude chi vale poca scorza,
e batte forte tutt'e due le mani
al cantator che vale mezza lira:
canta, stona, abbaia come i cani.

 

Abbaiando, il cantator s'ammira,
compiacendosi per la stonatura,
ma, avendo steccato, si ritira
e la platea giudica e misura.
Cantante da strapazzo, dilettante,
ha fatto una misera figura.


Oh che figura! Misero stonante,
tragicomico guitto fregagente,
raccoglie tanti fischi, ed è umiliante;
ma il guitto è sfacciato e prepotente,
se ne impipa della figuraccia:
ricanta e stona ripetutamente.

 

E rieccolo ancora. Ma che faccia!
Ora si spaccia pure da scienziato,
illusionista, grande voltafaccia,
 canta forte senz'essere ascoltato.
Canta, allora, contro l'omeopatia,
così pensa di essere ammirato.

 

Meno male che tale porcheria
non piace affatto agli intenditori:
scienziati veri, senza dir bugia,
fischiano forte, se ne vanno fuori,
sicché il cantatore, sbalordito,
raccoglie solo fischi senza allori.

 

Tale guitto, ch'è stolto ed accanito,
per fortuna non s'esibisce spesso,
e pure l'allopatico incallito
lo fischia e lo tratta come un fesso
perché, per criticar l'omeopatia,
il cervello dev'essere ben messo.

 

Ecco perché, in ver, da parte mia,
apprezzo e stimo molto gli scienziati
che criticano, sì, l'omeopatia,
essendo molto colti e preparati.
Ma non amo i cantatori e i guitti
che goffamente cantano stonati.

 

*medico chirurgo, studioso e autore di libri e articoli sull'omeopatia

 

 

Bigliografia

 

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22. Pannaria F., cit in: Beucci B., Trattato di terapia omeopatica, Edizioni Scientifiche Siderea, Roma, 1989, vol. 1, p. 21.
23. Fantappié L., cit. in: Zammarano. F., Medicina omeopatica dalle origini ad oggi, Prefazione del Prof. Gaetano Boschi, Direttore della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali della Università di Modena, Ed. Cappelli, Bologna, 1951, p. 212.
24. Elia V., Napoli E., Germano R., “The 'Memory of Water': an almost deciphered enigma. Dissipative structures in extremely dilute aqueous solutions”, Homeopathy, 2007; 96(3) :163-699.
25. De Giorgio G., Omeopatia, scienza, similia similibus, dissertazione sul significato scientifico della medicina omeopatica; libro pubblicato dall'autore, stampato in Italia presso Cromografica Roma S.r.l., Roma, per Gruppo Editoriale L'Espresso S.p.A., 2013. 

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