società, filosofia, scienza, etica e politica
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L'omeopatia può curare il cancro? 

La risposta esaustiva può darla soltanto la scienza

di Giovanni De Giorgio *

 

Sull'omeopatia si sente spesso dire tutto e il contrario di tutto, pertanto non è raro ascoltare opinioni d'ogni genere che, per dogmatismo scientifico o antiscientifico, sono a favore o contro l'omeopatia. Questo articolo, pur essendo scritto da un medico che approva ed esercita ormai da tanti anni l'omeopatia, non intende essere uno scritto di parte e non vuole essere né a favore né contro la medicina omeopatica, tantomeno vuole risultare uno scritto polemico contro la preziosissima allopatia. L'allopatia (medicina “ufficiale” o medicina convenzionale) è una medicina importante, così come è importante l'omeopatia quando viene studiata ed esercitata con responsabilità e serietà. Con questo scritto, dunque, niente polemiche. L'autore di queste righe non ama le polemiche, ma il dialogo. Ed allora, con questo scritto s'intende dialogare, riflettere e fornire qualche notizia ben documentata affinché la chiarezza possa farsi spazio tra le tante dicerie che, non di rado, si diffondono in lungo e in largo. Nel rispetto di tutti, per non correre il rischio di diffondere in lungo e in largo dicerie favorevoli o contrarie all'omeopatia, ma soprattutto per riflettere attentamente su alcune convinzioni secondo cui l'efficacia dei medicinali omeopatici non sarebbe mai stata confermata da “prove” scientifiche, in questo scritto verranno menzionate alcune importanti ricerche realizzate da autorevoli studiosi, i quali, dopo rigorose sperimentazioni, hanno riscontrato importanti effetti provocati dalle ultradiluizioni omeopatiche. Per esempio, sono stati riscontrati addirittura effetti citotossici di ultradiluizioni omeopatiche su cellule tumorali. Nel caso in cui le importanti ricerche menzionate in questo articolo non dovessero avere la forza di ridimensionare minimamente le convinzioni antiomeopatiche degli scettici più irriducibili, e nel caso in cui gli scettici più irriducibili dovessero rimanere immobili sulle loro convinzioni assolutamente contrarie all'omeopatia, all'umile autore di questo articolo non rimane altra scelta: rispettare educatamente le convinzioni degli scettici, ma, al contempo, riflettere ed interrogarsi sulle immutabili opinioni degli increduli che non ridimensionano minimamente il loro scetticismo antiomeopatico nemmeno davanti a prove scientifiche molto attendibili. In verità, alcuni scettici farebbero bene a dimostrarsi sempre più scettici in assenza di “prove” e ricerche scientifiche, ma, in caso contrario, forse dovrebbero retrocedere minimamente dalle loro rigide posizioni e, se non altro, diventare un pochino meno scettici. Diventare meno scettici, non per simpatia ma per consapevolezza, sarebbe cosa buona. Sicché, prima di esprimere aspre critiche contro l'omeopatia, sarebbe cosa buona acquisire la consapevolezza dell'alto significato scientifico individuato attraverso alcune importanti ricerche che evidenziano l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche. La consapevolezza aiuta a capire purché, successivamente, non venga sminuita o addirittura negata. Non dovrebbe essere negata la realtà dei fatti. Per dirla in breve e con stile divulgativo, ecco la realtà dei fatti: esistono ricerche scientifiche che bocciano l'omeopatia ed esistono ricerche scientifiche che non la bocciano affatto, anzi, dimostrano chiaramente che le ultradiluizioni omeopatiche producono effetti concreti e reali, agiscono, sono efficaci, insomma, “funzionano”, pertanto sarebbe veramente paradossale paragonarle alla semplice “acqua fresca”. A questo punto una domanda è lecita: l'esistenza di importanti ricerche scientifiche che dimostrano l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche non dovrebbe un pochino mitigare anche lo scetticismo più irriducibile e contrario all'omeopatia? Lasciando in sospeso questa domanda al fine di rispondere adeguatamente dopo un'attenta riflessione, nell'intenzione di agevolare ancor di più la riflessione, in questo scritto verranno citati alcuni articoli scientifici che riportano i risultati ottenuti attraverso ricerche serie, sistematiche e rigorose durante le quali sono stati riscontrati effetti “reali”, non “immaginari”, provocati dalle ultradiluizioni omeopatiche. Si spera che gli effetti “reali” facciano un po' riflettere coloro i quali ritengono che l'omeopatia sia frutto di effetti “immaginari”, inoltre, si spera che l'alta qualità degli articoli citati faccia riflettere coloro i quali paragonano erroneamente l'omeopatia ad una sorta di cura fatta con i rimedi della nonna o, addirittura, con rimedi ciarlataneschi. Ebbene, sì, non sono rari i cervelli che credono, o forse vogliono credere, che l'omeopatia sia ciarlataneria e pertanto non sia affatto accostabile alla scienza. La scienza, invece, oggigiorno studia l'omeopatia con esperimenti in vitro e in vivo, con rigorose osservazioni cliniche, con approcci metodologici scientifici e non pseudoscientifici. Nonostante ciò, alcuni irriducibili scettici continuano a rimanere scettici e non intendono minimamente moderare il loro scetticismo. Ad ogni modo, verso gli scettici bisogna esternare educatamente doveroso rispetto. Oltre al rispetto, verso gli scettici intelligenti ed educati bisogna esternare grande ammirazione; ed allora, soltanto nei confronti degli scettici intelligenti ed educati venga esternata l'ammirazione, con buona pace degli scettici sciocchini, maleducati, saccenti e complessati che spesso scadono in comportamenti aggressivi e carichi di ostilità. Talvolta l'ostilità sembra essere ben miscelata con una signorilità plebea capace di manifestare esclusivamente una rozza e falsa superiorità intenzionata a sminuire, signoreggiare e creare sudditanza. Falsa superiorità! Manifestare una falsa superiorità per tentare di nascondere e “sotterrare” una reale sensazione di inferiorità, francamente, è una pessima manovra del pensiero. Il pensiero scientifico non deve mai utilizzare questa inquietante manovra, ma deve innalzarsi, maturare e acquisire consapevolezza attraverso il sapere, la saggezza e la volontà di ricerca. Volontà di ricerca e non volontà di potenza. La volontà di potenza diventa di ottima qualità soltanto quando si accompagna agli alti valori, ma quando è fine a se stessa, quando tende al dominio, quando va d'accordo col narcisismo nevrotico e scioccherello, essa scade di qualità. Ed allora, usando un pochino di buona e pacifica potenza, con questo articolo verranno fornite sintetiche informazioni che gli scettici potranno utilizzare a loro piacimento sia per revisionare eventualmente le loro irriducibili convinzioni sia per rafforzare eventualmente il loro scetticismo. L'importante è riflettere. Sarebbe opportuno anche riflettere su alcuni scettici (pochi per fortuna) che disapprovano l'omeopatia non per scientifico convincimento, ma per la frustrazione derivante da conflitti psicologici irrisolti. Per fortuna s'incontrano raramente tali scettici (poco scientifici e molto nevrotici) che agiscono maleducatamente, offendono, parlano, sparlano e disapprovano per assecondare principalmente il loro complesso di superiorità alimentato, purtroppo, da un sottostante complesso d'inferiorità. Per questi scettici frustrati non è importante capire, ma dominare, innalzarsi, percepire la nevrotica e illusoria sensazione di superiorità. Diversamente dagli scettici intelligenti, assennati, scientifici e perbene (verso cui è doveroso togliersi il cappello!), alcuni scettici meno intelligenti, complessati, cattivelli e saputelli disapprovano soltanto perché hanno bisogno di sentirsi superiori. Nell'intenzione di manifestare il loro forte bisogno di sentirsi superiori, gli scettici complessati e saputelli si tradiscono, e così finiscono per palesare involontariamente la loro frustrazione ben repressa. Capita anche questo. Capita, per fortuna, anche il contrario. Capita che molti scettici autorevoli ed assennati disapprovino l'omeopatia intelligentemente e con atteggiamenti ben diversi rispetto a quelli manifestati dagli scettici complessati e saputelli che amano principalmente sfoggiare opinioni per sminuire gli altri. Sminuendo gli altri, i saputelli complessati assecondano inconsapevolmente i loro inquietanti sentimenti di superiorità alimentati, però, da sottostanti sentimenti d'inferiorità. In ambito scientifico e culturale questi sentimenti inquietanti vanno allontanati, altrimenti anche il sapere potrebbe ammalarsi e diventare nevrotico e complessato. Il sapere, ad esempio, potrebbe seriamente ammalarsi quando le conoscenze vengono nevroticamente acquisite per placare il disagio provocato da un sentimento d'inferiorità che, attraverso l'acquisizione di un'abbondante cultura, tenta di ribaltarsi per trasformarsi in un sentimento di superiorità. Talvolta, a causa di questo inquietante sentimento, l'abbondanza del sapere risulta inversamente proporzionale all'altezza del pensiero, sicché, man mano che aumenta il sapere, diminuisce progressivamente l'altezza del pensiero. In tal caso il sapere abbassa, non innalza, anche se apparentemente può dare l'illusione d'innalzare. Ecco perché talvolta il sapere “nevrotizzato” non ha la forza d'innalzare armonicamente né l'individuo né la collettività, anzi, esso potrebbe trasformarsi in una sorta di patologica metafora del potere culturale peggiore, non di quello migliore, ricco di senso, che spinge l'umanità verso le altezze del pensiero. Anche quand'è abbondante, il sapere orientato verso il potere peggiore non fa salire, ma fa scendere di livello sia l'individuo sia la collettività. Affinché il sapere non rischi di abbassare né l'individuo né la collettività, i nevrotici sentimenti di superiorità dovrebbero sparire, ma dovrebbero sparire pure i nevrotici sentimenti d'inferiorità per lasciare spazio ai normalissimi sentimenti d'inferiorità socratici grazie ai quali l'individuo prende saggiamente coscienza della propria ignoranza, socratica ignoranza, che è il potente motore della conoscenza equilibrata e composta. La conoscenza equilibrata e composta non sfoggia il sapere per “sminuire”, e non confonde una cosa con l'altra, ad esempio, non confonde l'omeopatia con la ciarlataneria, e non confonde nemmeno i rimedi omeopatici con i rimedi della nonna. Con tutto il rispetto per la nonna, si sappia che l'omeopatia non c'entra affatto con i semplici rimedi casalinghi. Se qualche scettico disinformato dovesse confondere i rimedi della simpatica nonna con i rimedi dell'omeopatia, o peggio, se dovesse confondere le tecniche ciarlatanesche con le tecniche omeopatiche, ebbene, lo scettico sappia che l'omeopatia non è stata fondata da una simpatica nonna, tantomeno da un ciarlatano, ma dal grande medico sassone Samuele Hahnemann che, in passato, fu elogiato addirittura da Gandhi: “L'omeopatia è il più recente e raffinato metodo per curare i pazienti in modo economico e non violento. Il governo deve incoraggiarla e promuoverla nel nostro Paese. Il Dott. Samuel Hahnemann fu un uomo di superiore tensione intellettuale e di alti sentimenti umanitari che fece dono all'umanità di questa grande possibilità. Mi inchino dinanzi al suo valore e al suo erculeo lavoro. (Mahatma Gandhi, 30 Agosto 1936)” [Cit. in: Tagarelli A., Piro A., (a cura), La geografia delle epidemie di colera in Italia. Considerazioni storiche e medico-sociali; Istituto di Scienze Neurologiche, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Mangone (Cosenza), 2002, volume 3, p. 947].

Questo non fu certamente l'unico elogio che ebbe Hahnemann nel corso della storia, ma certamente è l'elogio di un grandissimo personaggio che pronunciò parole chiare, significative e tali da rimettere in discussione alcuni luoghi comuni che spesso tendono a svalorizzare l'omeopatia. Dunque, checché se ne dica, nel corso dei secoli l'omeopatia non ha ricevuto soltanto critiche e disapprovazioni, ma ha collezionato anche gli elogi di grandissimi uomini che non furono ciarlatani! L'omeopatia, del resto, ebbe delle ripercussioni sul pensiero medico che si sono rivelate utili, tant'è vero che il seguente passo, tratto dall'autorevole Lessico Treccani, lo conferma chiaramente: “A parte l’opinabilità dei suoi principi fondamentali, l’omeopatia al suo sorgere ebbe utili ripercussioni sul pensiero medico perché contribuì a smantellare il farraginoso arsenale terapeutico dell’epoca” (Lessico Universale Italiano, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, 1975, vol. XV, p. 314). Sulla base di quanto è stato discusso, si può ben affermare che l'omeopatia è entrata di diritto nella grande storia della medicina, per ovvi motivi, anche per motivi intuibili con la lettura attenta del passo appena citato, nondimeno, per motivi “scientifici” che oggigiorno non è proprio il caso di sottovalutare. In base ad alcune opinioni, non esisterebbero motivi “scientifici” per dar credito all'omeopatia, ma, nonostante ciò, diversi studiosi si sono dedicati a seri approfondimenti come, ad esempio, quei ricercatori autorevoli che hanno realizzato rigorosi esperimenti durante i quali sono stati addirittura evidenziati effetti citotossici provocati da ultradiluizioni omeopatiche su cellule tumorali. A questo punto, nonostante sia scientificamente doveroso tenere i piedi per terra, è interessante porre una domanda: l'omeopatia può curare il cancro? E' opportuno precisare subito che la risposta esaustiva a questa domanda potrà fornirla soltanto la scienza. La scienza, logicamente, per poter rispondere a questa difficile domanda dovrà intensificare le ricerche sull'omeopatia che, in verità, sono ancora poche. Bisogna chiarire, a questo punto, cos'è l'omeopatia. L'omeopatia è una medicina che cura con la somministrazione delle cosiddette “piccole dosi” e in base alla legge della similitudine: similia similibus curantur. Per dirla in breve, i simili si curano con i simili e i veleni si curano con i veleni. Sia ben chiaro, i veleni diluiti omeopaticamente sono innocui e paragonabili a contraveleni capaci di curare sintomi simili a quelli che gli stessi veleni produrrebbero sperimentalmente nei soggetti sani. “Piccole dosi” di veleni diventano omeopaticamente contravveleni. Il motivo per cui l'omeopatia viene spesso criticata è essenzialmente collegato all'uso delle “piccole dosi” poiché queste sono “piccole”, ma talmente “piccole”, che talvolta “scompaiono” dal solvente. Il solvente utilizzato terapeuticamente nella medicina omeopatica, dunque, non conterrebbe nulla. Chimicamente nulla. Ecco perché, secondo il parere di molti scettici, le dosi omeopatiche ultradiluite ed “infinitesimali” sono talmente “annacquate” da essere paragonabili ad “acqua fresca”, insomma, a un farmaco placebo. Ammettiamo che ciò sia vero. Ebbene, se ammettiamo che un medicinale omeopatico agisca soltanto per effetto placebo, come mai alcuni rigorosi esperimenti in vivo e in vitro dimostrano il contrario? come mai alcuni autorevoli studi clinici confermano l'efficacia dell'omeopatia? come mai alcune importanti ricerche scientifiche riscontrano chiaramente l'azione terapeutica delle ultradiluizioni omeopatiche? A questo punto, una domanda secca: le ultradiluizioni omeopatiche sono veramente “acqua fresca”? In base ai risultati ottenuti durante alcune autorevoli ricerche scientifiche, sembrerebbe di no, le ultradiluizioni omeopatiche non sono affatto “acqua fresca”. Qualche scettico potrebbe pure storcere il naso, cercare il pelo nell'uovo, controbattere e poi controbattere ancora, ma tant'è: le ultradiluizioni omeopatiche, durante alcune importanti sperimentazioni scientifiche, hanno mostrato un'efficacia per la quale diventa veramente difficile credere che esse siano “acqua fresca” ed agiscano soltanto per effetto placebo, suggestionabilità o illusionismo terapeutico. Per chiarire approfonditamente i motivi per cui spesso le ultradiluizioni omeopatiche vengono paragonate ad “acqua fresca”, bisognerebbe dilungarsi parecchio e spiegare precisamente la tecnica di diluizione omeopatica per mezzo della quale progressivamente diminuisce la concentrazione del soluto nel solvente, ma questa spiegazione non rientra nello scopo del presente articolo. Il gentile lettore sappia, però, che la tecnica di diluizione omeopatica tende ad eliminare completamente il soluto presente nel solvente. In alcune diluizioni omeopatiche il soluto “scompare” completamente, ma, durante la sua “scomparsa”, esso lascerebbe una sorta di traccia nel solvente, insomma, una sorta di “impronta”. La criticatissima “acqua fresca”, dunque, avrebbe una sorta di “memoria” e le varie diluizioni omeopatiche esprimerebbero uno specifico significato impresso dal soluto nella “memoria dell'acqua”. In buona sostanza, le diluizioni progressive, essendo accompagnate da programmate succussioni (scuotimenti), sarebbero il risultato di un processo di trasformazione capace di mutare “acqua fresca” in “acqua dinamizzata”. L'acqua dinamizzata memorizzerebbe la “potenza” del soluto che, in origine, era presente nella soluzione. Mediante le progressive diluizioni, verrebbe sfruttata la “potenza” del soluto che, durante la sua “scomparsa”, lascerebbe le traccie della sua “materialità”. Dunque, le dosi omeopatiche ultradiluite sarebbero dosi “energetiche” che non agirebbero “chimicamente” e “materialmente” in quanto il soluto scompare dalla soluzione attraverso le progressive diluizioni; ma, a quanto pare, non scompare l'efficacia terapeutica che il soluto imprime alla soluzione. Se non fosse così, come si spiegherebbe l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche riscontrata addirittura in alcuni rigorosi esperimenti in vivo e in vitro? Per spiegare alcuni difficili concetti riguardanti le ultradiluizioni omeopatiche, è opportuno cedere la parola ai fisici e ai matematici. Pannaria e Fantappiè, già in un lontano passato, si sono pronunciati. Il grande fisico Pannaria affermò: “Nelle diluizioni omeopatiche, private anche dell’ultima molecola, resterebbe la stampa, l’impronta della molecola, cioè l’antimolecola, o antiparticella” (cit. in: Beucci B., Trattato di terapia omeopatica, Edizioni Scientifiche Siderea, Roma, 1989, vol. 1, p. 21). Un altro illustre uomo di scienza, Luigi Fantappiè (fu professore e vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica dell’Università di Roma), esternò a suo tempo la seguente opinione: “L’obiezione che, non potendo esistere una molecola di sostanza nelle fortissime diluizioni usate dalla medicina omeopatica, non possa per questo aversi alcun effetto, non è ragionare: è sragionare; e indica nella medicina (e pure nella biologia) una tendenza a materializzare un po’ tutto, col risultato che ciò che non è materiale, pesabile, si ritiene inesistente […]. Tanto nel fenomeno di soluzione, come nel fenomeno eventuale di anti-soluzione (duale) il processo vero e proprio è fatto dal soluto e dal solvente e nel fenomeno non si può separare l'una cosa dall'altra. Quindi, per esempio, non si può escludere che, quando c'è stata in soluzione una certa sostanza, la sua presenza e la succussione operata nel complesso, possa apportare modificazioni nel solvente. Anche se non c'è nessuna molecola di soluzione, però c'è stata, ed è verosimile che il solvente, come tale, sia stato modificato” (cit. in Zammarano. F., Medicina omeopatica dalle origini ad oggi, Prefazione del Prof. Gaetano Boschi, Direttore della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali della Università di Modena, Ed. Cappelli, Bologna, 1951, p. 212). Le ultradiluizioni omeopatiche, nonostante siano state spiegate (sia in passato sia in tempi più recenti) con illuminanti interpretazioni fisico-matematiche e nonostante siano state studiate addirittura con esperimenti in vitro che mettono in evidenza la loro l'efficacia, ebbene, esse vengono spesso criticate aspramente, considerate semplice “acqua fresca” e paragonate in ambito terapeutico all'effetto placebo. Repetita iuvant: in base ai risultati ottenuti con alcuni rigorosi studi scientifici, l'omeopatia non agirebbe affatto per effetto placebo, suggestione,  illusionismo, ma agirebbe realmente... e senza l'uso di bacchette magiche o palle di vetro. Bacchette magiche e palle di vetro non c'entrano. C'entrano, invece, le ricerche serie, rigorose e sistematiche che illuminano la consapevolezza scientifica. La consapevolezza scientifica viene certamente illuminata dalle autorevoli ricerche che bocciano omeopatia, omeopati, ultradiluizioni omeopatiche e quant'altro, ma, attenzione, per non rischiare di pensare a senso unico, bisogna ammettere che la consapevolezza scientifica viene illuminata anche dalle autorevoli ricerche che confermano l'efficacia delle dosi omeopatiche ultradiluite. Nel rispetto dello scopo divulgativo del presente scritto, ma anche per sgombrare l'idea abbastanza diffusa che gli studi sull'omeopatia siano relegati soltanto nell'ambito molto ristretto riguardante la terapia di disturbi lievi o lievissimi, di seguito verranno citati alcuni articoli scientifici che trattano argomenti molto impegnativi, seri, importanti, per i quali è possibile ipotizzare che l'omeopatia possa avere un ruolo nella cura del cancro. Del resto, l'ultimo articolo citato in questo scritto, ha un titolo molto chiaro: “ Is There a Role for Homeopathy in Cancer Care? Questions and Challenges” [Frenkel M., Current oncology reports, 2015, 17(9): 43]. Sia ben chiaro, la ricerca scientifica è soltanto agli inizi, pertanto bisogna mantenere bene i piedi per terra. Pur mantenendo i piedi per terra, bisogna doverosamente informare: già negli antichi e classici trattati di omeopatia vengono esposti diversi medicinali indicati nella cura del cancro. E' opportuno precisare che i trattati classici di omeopatia forniscono informazioni importanti, ricavate essenzialmente dall'attenta osservazione e dalla buona “pratica” clinica, ma scientificamente sono informazioni insufficienti per capire “come”, “dove”, “quando” e “perché” agiscono le ultradiluizioni omeopatiche. E' relativamente facile capire che le ultradiluizioni agiscono in base alla legge della similitudine (il simile cura il simile), ma è molto difficile capire “come”, “dove”, “quando e “perché” agiscono, pertanto oggigiorno bisogna sapere di più. Oggigiorno la scienza chiede maggiore chiarimenti e approfondimenti. Ed è giusto che sia così. E' giusto proseguire energicamente con le ricerche poiché rigorose sperimentazioni fanno riflettere e infondono un po' di speranza. La speranza che l'omeopatia possa nel futuro fornire un considerevole contributo nella cura del cancro, appellandosi magari ad un'abbondante e rigorosa ricerca scientifica, è veramente una grande speranza. Attualmente la ricerca scientifica sull'oncologia omeopatica non è abbondante, ma non è nemmeno inesistente. Esistono, infatti, studi seri e rigorosi che forniscono informazioni molto interessanti. Sono interessanti, ad esempio, le informazioni relative ai risultati ottenuti con una ricerca realizzata in  vitro da Frenkel (Integrative Medicine Program-Unit 145, Department of Molecular Pathology, The University of Texas M.D. Anderson Cancer Center, Houston, USA) et al. La ricerca mette in evidenza gli effetti citotossici di quattro  rimedi ultra-diluiti (Carcinosin, Phytolacca, Conium e Thuja) su cellule di tumore al seno [Frenkel M., Mishra B.M., Sen S., Yang P., Pawlus A., Vence L., Leblanc A., Cohen L., Banerji P., Banerji P., “Cytotoxic effects of ultra-diluted remedies on breast cancer cells”, International Journal of Oncology, 2010; 36(2): 395-403]. A questo punto è opportuna una riflessione: tre dei quattro rimedi ultradiluiti (Phytolacca, Conium e Thuja) sottoposti a sperimentazione da Frenkel et al. appartengono all'arsenale terapeutico dell'antica tradizione clinica omeopatica che, a quanto pare, è di buona qualità. I tre medicinali in questione, infatti, vengono indicati alle voci “cancer mammae” e “cancerous affections” nel classico, antico, ma preziosissimo repertorio della materia medica omeopatica del dottor Kent (Kent J.T., Repertory of the homoeopathic materia medica, B. Jain Publishers, New Delhi, 2001, p. 824 e p.1346). Bisogna sottolineare che i tre medicinali in questione non sono gli unici ad essere indicati nel repertorio di Kent alle voci “cancer mammae” e “cancerous affections”, peraltro, bisogna precisare che l'omeopatia classica personalizza massimamente la terapia sulla base dei sintomi mentali e corporali. Detto questo, una riflessione è d'obbligo. Riflettendo sui medicinali che vengono indicati alle voci “cancer mammae” e “cancerous affections” presenti nell'antico repertorio di Kent, e riflettendo pure su quanto è emerso durante la ricerca realizzata da Frenkel et al., non è insensato pensare che l'omeopatia classica, in futuro, possa seriamente contribuire alla lotta contro il cancro, magari personalizzando massimamente la terapia. Nel rispetto della trasparenza, viene citato un passo molto significativo tratto dall'abstract dell'articolo di Frenkel et al. pubblicato sull'International Journal of Oncology: “We studied four ultra-diluted remedies (Carcinosin, Phytolacca, Conium and Thuja) against two human breast adenocarcinoma cell lines (MCF-7 and MDA-MB-231) and a cell line derived from immortalized normal human mammary epithelial cells (HMLE). The remedies exerted preferential cytotoxic effects against the two breast cancer cell lines, causing cell cycle delay/arrest and apoptosis”. E' opportuno ribadire ancora una volta che questa ricerca è stata realizzata in vitro, pertanto non può essere tirato in ballo il famigerato effetto placebo a cui viene spesso attribuita l'efficacia dell'omeopatia. Logicamente, la ricerca appena menzionata necessita di ulteriori approfondimenti scientifici e conferme di tipo clinico, ma, tenendo conto dei risultati ottenuti, essa fornisce ottime informazioni analogamente alla ricerca che verrà menzionata di seguito, realizzata da Pathak (Departments of Cancer Biology and Laboratory Medicine, The University of Texas, M.D. Anderson Cancer Center, Houston, TX, USA) et al. Con questa ricerca viene evidenziata l'efficacia del medicinale omeopatico Ruta 6. Anche in questo caso, nel rispetto della trasparenza, viene riportato un passo molto significativo tratto dall'abstract dell'articolo scientifico pubblicato sull'International Journal of Oncology: “We investigated the brain cancer cell-killing activity of a homeopathic medicine, Ruta, isolated from a plant, Ruta graveolens. We treated human brain cancer and HL-60 leukemia cells, normal B-lymphoid cells, and murine melanoma cells in vitro with different concentrations of Ruta in combination with Ca3(PO4)2. Fifteen patients diagnosed with intracranial tumors were treated with Ruta 6 and Ca3(PO4)2. Of these 15 patients, 6 of the 7 glioma patients showed complete regression of tumors” [Pathak S., Multani A.S., Banerji P., Banerji P., “Ruta 6 selectively induces cell death in brain cancer cells but proliferation in normal peripheral blood lymphocytes: A novel treatment for human brain cancer”, International Journal of Oncology, 2003; 23(4): 975-982]. In base a quanto riferisce l'articolo appena citato, articolo che addirittura informa di “complete regression of tumors”, sembra abbastanza logico nutrire la speranza che l'omeopatia possa un giorno contribuire decisamente nella lotta contro il cancro, ma, al momento, bisogna tenere bene i piedi per terra e continuare a studiare, approfondire, confidare nella scienza, quella con la esse maiuscola, che dubita rigorosamente in modo cartesiano, non cavilla, non cerca il pelo nell'uovo, non sottovaluta a priori e non mostra indifferenza verso ciò che non capisce. La scienza non mostra indifferenza, non nega l'evidenza, non nega il significato simbolico del cannocchiale galileano, non nega ciò che vede con il telescopio o con il microscopio, dunque, non nega ciò che viene osservato, riscontrato e sperimentato da diversi ricercatori autorevoli che studiano l'omeopatia seriamente e rigorosamente. Ecco perché bisogna inchinarsi verso la scienza che non liquida in quattro e quattr'otto l'omeopatia, ma la studia rigorosamente, riscontrando in diversi casi l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche. Se alcuni rigorosi studi clinici ed alcuni rigorosi esperimenti in vitro e in vivo mettono in evidenza l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche, un'eventuale indifferenza nei confronti di tali studi ed esperimenti non sarebbe certamente utile alla scienza. 

Sicché, al fine di risultare utile alla scienza, questo articolo non viene scritto con indifferenza, ma con scientifica passione, apprezzando gli studi rigorosi riguardanti l'omeopatia e concentrando l'attenzione sui risultati di alcune importanti ricerche che fanno seriamente riflettere sull'eventuale contributo terapeutico che, in futuro, la terapia omeopatica potrebbe ottimamente dare in campo oncologico. Le ricerche citate fino a questo momento, la cui serietà viene abbondantemente garantita allorquando viene messa in evidenza l'autorevolezza della “Università del Texas” e del “MD Anderson Cancer Centre”, sono ricerche che, per ovvi motivi, fanno fortemente traballare l'ipotesi secondo cui i medicinali omeopatici sarebbero semplice “acqua fresca”. Con un pizzico di satira ed ironia si potrebbe allegramente affermare che l'ipotesi dell'acqua fresca comincia a fare acqua da tutte le parti. Infatti, le ricerche appena citate non sono le uniche ricerche autorevoli che fanno traballare l'ipotesi secondo cui l'omeopatia curerebbe con “acqua fresca” e  farmaci placebo poiché altre ricerche, altrettanto autorevoli, non evidenziano affatto la potenza suggestiva dell'acqua fresca, ma evidenziano l'efficacia concreta dell'omeopatia. Ad esempio, alcuni ricercatori hanno evidenziato alcuni effetti positivi dell'omeopatia classica in pazienti affetti da cancro. Rostock (Tumour Biology Center at Albert Ludwig's University Freiburg, Germany) et al. affermano chiaramente: “In our prospective study, we observed an improvement of quality of life as well as a tendency of fatigue symptoms to decrease in cancer patients under complementary homeopathic treatment” (Rostock M., Naumann J., Guethlin C., Guenther L., Bartsch H.H., Walach H.,  “Classical homeopathy in the treatment of cancer patients - a prospective observational study of two independent cohorts”, BMC Cancer, 2011; 11:19). I risultati ottenuti dalla ricerca realizzata da Rostock et al., similmente ai risultati ottenuti dalle ricerche di Frenkel et al. e Pathak et al., non lasciano indifferente la mentalità scientifica. Altri risultati che non lasciano indifferente la mentalità scientifica sono quelli ottenuti con un esperimento scientifico realizzato da Mukherjee (Cytogenetics and Molecular Biology Laboratory, Department of Zoology, University of Kalyani, Kalyani-741235, West Bengal, India) et al. L'esperimento  evidenzia che il medicinale omeopatico Thuya 30C dimostra la capacità di riparare i danni al DNA causati dal benzo(a)pirene (potente cancerogeno). Ecco, a tal proposito, cosa affermano gli autorevoli autori: “Thuja 30C itself had no DNA-damaging effect, and no direct drug-DNA interaction. However, it showed quite striking ability to repair DNA damage caused by BaP”. [Mukherjee A., Boujedaini N., Khuda-Bukhsh A.R., “Homeopathic Thuja 30C ameliorates benzo(a)pyrene-induced DNA damage, stress and viability of perfused lung cells of mice in vitro”, Journal of integrative medicine, 2013; 11(6): 397-404]. Un altro esperimento interessante è quello realizzato da Sunilia (Amala Cancer Research Centre, Amala Nagar, Thrissur, Kerala State, India) et al. Molto significativa è la seguente affermazione degli autorevoli ricercatori: “These findings support that homeopathic preparations of Ruta and Hydrastis have significant antitumour activity” [Sunilia Es, Kuttan G., KC P., Kuttan R., “Effect of homeopathic medicines on transplanted tumors in mice”, Asian pacific journal of cancer prevention, 2007; 8(3): 390-394]. A questo punto bisogna fare una riflessione. Le ricerche scientifiche che sono state scelte per essere citate in questo articolo non sono certamente le uniche ricerche “autorevoli” sull'omeopatia giacché (è doveroso precisarlo) altre ricerche “autorevoli” sono state realizzate in diverse parti del mondo allo scopo di approfondire le conoscenze sull'utilizzo terapeutico delle ultradiluizioni omeopatiche in diverse branche della medicina. Le ricerche “autorevoli” e “serie” che riscontrano l'efficacia dell'omeopatia, nonostante siano ancora poco numerose e nonostante abbiano bisogno di ulteriori approfondimenti, sono ricerche di grande qualità, illuminanti e meritevoli di un fragoroso applauso se non altro perché esse sono state realizzate da ricercatori che s'interrogano, studiano, si pongono delle domande e non bocciano a priori l'omeopatia come talvolta fanno alcuni irriducibili scettici molto valorosi, sì, ma forse molto legati alla loro opinione. Le autorevoli ricerche che evidenziano l'efficacia dell'omeopatia (soprattutto le ricerche realizzate con l'ausilio dell'esperimento in vitro durante il quale non può essere tirato in ballo l'effetto placebo) non dovrebbero seminare almeno qualche minimo dubbio nella mente degli scettici? Un minimo dubbio! Sicché, con un minimo dubbio in testa, ci sarebbe da parlare contro l'omeopatia, sì, ma contro l'omeopatia ciarlatanesca (che purtroppo esiste) non contro l'omeopatia “seria” che viene esercitata da medici responsabili e ben educati al ragionamento clinico. L'omeopatia “seria” non va confusa con le ciarlatanate! L'omeopatia “seria” utilizza ultradiluizioni la cui efficacia viene confermata dall'esperienza clinica accumulata in circa due secoli e, oggigiorno, viene confermata anche con esperimenti in vitro (repetita iuvant: negli esperimenti in vitro non può essere tirato in ballo l'effetto placebo!). Se gli irriducibili scettici intendono sminuire l'esperienza clinica accumulata in circa due secoli, se intendono sminuire le informazioni contenute nei vecchi e polverosi trattati di omeopatia, se intendono sminuire le guarigioni ottenute omeopaticamente, ebbene, gli scettici intendono sminuire anche gli esperimenti in vitro durante i quali l'effetto placebo non può condizionare nulla? E' evidente che gli esperimenti in vitro non sono sufficienti per confermare definitivamente l'efficacia dell'omeopatia sugli esseri umani, ma, attenzione, gli esperimenti in vitro acquisiscono un alto valore, forniscono importanti informazioni, chiariscono diversi dubbi, peraltro, mettono in crisi la dogmatica convinzione che le ultradiluizioni omeopatiche agiscano per effetto placebo. Per dirla francamente, l'ipotesi che l'omeopatia agisca in virtù dell'effetto placebo è un'ipotesi che comincia a scricchiolare e dare definitivi segni di cedimento. A indurre questi segni di cedimento non sono le chiacchiere, ma le importanti ricerche scientifiche. Nell'ipotesi s'intendessero bocciare a priori anche le autorevoli ricerche scientifiche che evidenziano l'efficacia dell'omeopatia, ebbene, a questo punto il dialogo diventerebbe veramente difficile, complicato, quasi impossibile, specialmente se dovessero essere sottovalutati gli esperimenti in vitro che, nell'evidenziare l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche su cellule tumorali, aprono e chiariscono la mente per poi proiettarla verso nuovi approfondimenti. Gli esperimenti in vitro, dunque, non chiudono la mente, ma la aprono verso speranze oggettivamente plausibili e verso un futuro in cui forse potrà stabilirsi un largo confronto tra omeopatia e oncologia. Tra le importanti ricerche scientifiche che fanno pensare alla reale possibilità di stabilire in futuro un largo confronto tra omeopatia e oncologia, è interessante citarne una sulla nanomedicina. Se l'omeopatia può addirittura confrontarsi costruttivamente con la nanomedicina, significa che il largo confronto di cui si è appena accennato non è affatto impossibile. La ricerca è stata realizzata da Bell [Department of Family and Community Medicine, The University of Arizona College of Medicine, Tucson, United States] et al. Sono molto interessanti le parole degli autorevoli ricercatori: “Taken together, the nanoparticulate research data and the Banerji Protocols for homeopathic remedies in cancer suggest a way forward for generating advances in cancer treatment with natural product-derived nanomedicines” [Bell I.R., Sarter B., Koithan M., Banerji P., Banerji P., Jain S., Ives J., “Integrative nanomedicine: treating cancer with nanoscale natural products”, Global advances in health and medicine, 2014; 3(1): 36-53]. A quanto pare, l'omeopatia comincia ad essere tenuta in seria considerazione in ambito scientifico. E sempre in ambito scientifico viene riscontrato che alcuni medicinali omeopatici hanno degli “effetti antiproliferativi”. Si veda, a tal proposito, la ricerca realizzata da Arora (Jaypee University of Information Technology, Waknaghat, Solan 173234, Himachal Pradesh, India) et al., una ricerca che fornisce informazioni molto interessanti [Arora S., Aggarwal A., Singla P., Jyoti S., Tandon S., “Anti-proliferative effects of homeopathic medicines on human kidney, colon and breast cancer cells”, Homeopathy, 2013; 102(4): 274-282]. Nell'abstract dell'articolo appena citato viene affermato: “This study provides preliminary laboratory evidence indicating the ability of homeopathic medicines as anticancer agents. Further studies of the action of these homeopathic remedies are warranted”. Anche questa importante ricerca scientifica, similmente alle altre importanti ricerche scientifiche menzionate in questo scritto, consente una seria riflessione. E consente una seria riflessione l'autorevole ricerca realizzata da Saha (Division of Molecular Medicine, Bose Institute, P1/12, CIT Scheme VIIM, Kolkata 700054, India) et al. Con la ricerca viene riscontrato che il medicinale omeopatico Calcarea carbonica induce apoptosi in cellule tumorali (Saha S., Hossain D.M., Mukherjee S., Mohanty S., Mazumdar M., Mukherjee S., Ghosh U.K., Nayek C., Raveendar C., Khurana A., Chakrabarty R., Sa G., Das T., “Calcarea carbonica induces apoptosis in cancer cells in p53-dependent manner via an immuno-modulatory circuit”, BMC Complementary and Alternative medicine, 2013; 13:230). Nell'abstract dell'articolo appena citato viene affermato: “To this end we attempted to evaluate the efficacy of calcarea carbonica, a homeopathic medicine, as an anti-cancer agent and to delineate the detail molecular mechanism(s) underlying calcerea carbonica-induced tumor regression”. Ed inoltre: “The molecular mechanism identified may serve as a platform for involving calcarea carbonica into immunotherapeutic strategies for effective tumor regression”. Dopo la citazione della ricerca di Saha et al., verrà di seguito citata la ricerca realizzata da Preethi (Amala Cancer Research Centre, Thrissur, Kerala, India) et al. Anche questa ricerca riguarda l'induzione dell'apoptosi [Preethi K., Ellanghiyil S., Kuttan G., Kuttan R., “Induction of apoptosis of tumor cells by some potentiated homeopathic drugs: implications on mechanism of action”,  Integrative cancer therapies, 2012; 11(2): 172-182]. Nell'abstract dell'articolo appena citato viene affermato: “These data indicate that apoptosis is one of the mechanisms of tumor reduction of homeopathic drugs”. Concludiamo questa breve serie di citazioni con una ricerca di Remya e Kuttan (Amala Cancer Research Centre, Affiliated to the University of Calicut, Amala Nagar P.O., Thrissur, Kerala, India) che esamina gli effetti immunomodulanti dei medicinali omeopatici con proprietà antineoplastiche [Remya V., Kuttan G., “Homeopathic remedies with antineoplastic properties have immunomodulatory effects in experimental animals”, Homeopathy, 2015; 104(3): 211-219]. A questo punto, il gentile lettore viene invitato ad approfondire eventualmente le conoscenze con la lettura integrale degli articoli scientifici citati in questo scritto, e viene invitato pure alla lettura di altri importanti articoli che non sono stati citati esclusivamente per motivi inerenti all'intenzione di selezionare le citazioni in funzione di una divulgazione agile e sintetica, sperando che la divulgazione sia stata realmente agile e sintetica. Con mentalità agile e sintetica bisogna adesso procedere verso la conclusione. Prima di concludere, però, è il caso di porre ancora una volta la domanda: l'omeopatia può curare il cancro? La risposta esaustiva può darla soltanto la scienza, non la pseudoscienza, ma la scienza che s'interroga, esamina, approfondisce, non liquida in quattro e quattrotto, non boccia a priori. Soltanto questa luminosa scienza potrà fornire una risposta esaustiva alla difficile domanda posta in precedenza. La scienza, dunque, s'interroga e pone sempre una domanda sensata. Una domanda sensata la pone certamente un autorevole uomo di scienza, Frenkel (Department of Family Medicine, The University of Texas Medical Branch at Galveston, Galveston, TX, USA): “Is There a Role for Homeopathy in Cancer Care?” [Frenkel M., “Is There a Role for Homeopathy in Cancer Care? Questions and Challenges”, Current oncology reports, 2015, 17(9): 43]. Nell'abstract dell'articolo appena citato, l'autorevole autore, Frenkel, scrive parole molto significative: “The findings from several lab and clinical studies suggest that homeopathy might have some beneficial effect in cancer care; however, further large, comprehensive clinical studies are needed to determine these beneficial effects. Although additional studies are needed to confirm these findings, given the low cost, minimal risks, and the potential magnitude of homeopathy's effects, this use might be considered in certain situations as an additional tool to integrate into cancer care”.  In base alle ricerche menzionate in questo scritto, si può ben dire che la cura omeopatica del cancro, anche se necessita di ulteriori studi e approfondimenti, non è una cura da escludere a priori nel futuro. Dunque, non è da escludere a priori l'efficacia antitumorale delle ultradiluzioni omeopatiche, ultradiluizioni che, in riferimento a diverse sperimentazioni serie e rigorose,  non agiscono come un bicchiere di “acqua fresca” o come un farmaco placebo. Se alcuni irriducibili scettici ritengono che l'omeopatia agisca soltanto per effetto placebo, significa che le ricerche scientifiche che dimostrano il contrario forse non vengono prese in considerazione, forse non si conoscono, forse vengono involontariamente trascurate. In tutti i casi, si spera soltanto che le ricerche che evidenziano l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche non vengano volontariamente e ostinatamente sminuite. Se gli scettici, dopo aver riflettuto sulle ricerche che evidenziano l'efficacia delle ultradiluizioni omeopatiche, continueranno a rimanere scettici e continueranno a sostenere con assoluta certezza che l'omeopatia sia soltanto “acqua fresca”, significa che queste poche righe scritte da un umile medico si sono rivelate totalmente inutili. Qualora queste poche righe dovessero risultare totalmente inutili perché gli scettici non modificheranno minimamente la loro opinione negativa sull'omeopatia, sempre e costantemente l'umile medico rispetterà educatamente la loro opinione, ma, al contempo, non la condividerà. Non la condividerà, per ovvi motivi, ma educatamente. E, sempre educatamente, si spera che questo scritto possa rappresentare un umile ed amichevole invito alla riflessione rivolto agli irriducibili scettici che criticano aspramente l'omeopatia e che, un giorno, forse cambieranno idea, magari diventando un pochino più scettici verso il loro scetticismo, verso le loro assolute certezze e verso e le loro rigide opinioni. Le rigide opinioni, pro o contro l'omeopatia, andrebbero sempre evitate. Le rigide opinioni potrebbero contagiare e far diventare rigide anche le idee e le ideazioni delle persone che, per natura e cultura, non sono affatto amanti della rigidità. Le rigide opinioni sono talvolta contagiose. Alcune rigide opinioni, pro o contro l'omeopatia, sono contagiose e nascondono probabilmente un pensiero colmo di dogmatismo scientifico. Il pensiero deve remare per navigare oltre il dogmatismo ed oltre le Colonne d'Ercole. Remare contro l'omeopatia non serve a niente. Questo modo di remare è controproducente, specialmente se alcune ricerche serie e rigorose mettono chiaramente in evidenza che l'omeopatia naviga in buone acque, supera Gibilterra e non affonda nel “nulla”. E' vero, l'omeopatia utilizza medicinali ultradiluiti che spesso non contengono “nulla”. Se è vero che i medicinali omeopatici spesso non contengono “nulla” e non contengono principi attivi, ebbene, essi non sono paragonabili ironicamente alla famigerata “acqua fresca”. La famigerata “acqua fresca”, in base agli studi citati in questo articolo, non c'azzecca proprio un bel niente e l'ironia francamente scade di livello. Ma l'irriducibile scetticismo, a quanto pare, persiste ostinatamente, anche quando diverse evidenze scientifiche dimostrano che l'omeopatia potrebbe curare gravi patologie. All'irriducibile scetticismo antiomeopatico, dunque, s'opponga l'energia della scienza e l'energia degli scienziati che osano puntare gli occhi nel microscopio similmente a coloro i quali, secoli fa, osarono puntare gli occhi nel cannocchiale galileano. “Eppur si muove!”. Ebbene sì, qualcosa si muove, e si muove seriamente nella ricerca scientifica riguardante l'omeopatia. Se alcuni risultati ottenuti con la ricerca scientifica talvolta bocciano l'omeopatia, altri risultati non bocciano proprio un bel nulla. A proposito del “nulla”, viene spontaneo un gioco di parole: talvolta ciò che non si vede viene definito “nulla”, ma il “nulla” con cui cura l'omeopatia può essere definito “nulla”? Per favore, risponda il gentile lettore a questa domanda. Intanto, mentre il gentile lettore s'appresta a rispondere, il medico che ha scritto questo articolo ringrazia per l'attenzione e, senza alcun fanatismo, s'inchina a tutta la medicina (omeopatica e allopatica), s'inchina agli scettici che sanno scientificamente dubitare e s'inchina alla grande scienza, sperando che il cancro un giorno possa essere debellato definitivamente. Per debellare il cancro bisogna unire tutte le forze. Le forze dell'omeopatia, a quanto pare, non sono affatto fantascientifiche. Ciò potrebbe far storcere il naso a qualche irriducibile scettico. Ma tant'è. A questo punto lo scettico cerchi pure il pelo nell'uovo, ma, per favore, nel cercare il pelo, lo scettico distenda la sua visione, e qualche volta osservi pure l'uovo. Lo scettico intelligente, verso cui è doveroso togliersi il cappello, osserva il pelo... ed osserva pure l'uovo. [data di pubblicazione dell'articolo: 14 novembre 2015]

 

*medico chirurgo, studioso e autore di libri e articoli sull'omeopatia

 

 

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