società, filosofia, scienza, etica e politica
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Che sia Trump o Clinton, l'Europa resterà periferica per gli Usa

La professoressa Raffaella Baritono: l'azione statunitense a livello globale adesso ha il suo centro nel Pacifico e questo dato di fatto non cambierà

di Francesco Pungitore

 

Che vinca Trump o la Clinton, l'Europa resterà, comunque, “una regione periferica nelle strategie politiche statunitensi”. A spiegarne le ragioni, in questa intervista a “Essere & Pensiero” è Raffaella Baritono, professoressa associata di Storia e Politica degli Stati Uniti d’America presso la Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna. La professoressa Baritono è membro fondatore del Centro Interuniversitario di Storia e Politica Euro-Americana (Cispea), di cui è attualmente direttrice. E’ stata presidente della Società Italiana delle Storiche ed attualmente è vicepresidente dell’Associazione di Studi Nord-Americani (Aisna) e membro del direttivo della Società di Storia internazionale (SISI). E’ co-direttrice della rivista “Ricerche di Storia Politica”, membro della redazione di “Scienza & Politica” e del comitato di direzione de “Il Mulino”.

 

La sfida Trump-Clinton può definirsi uno snodo epocale della storia politica statunitense o cambierà poco rispetto al passato?
“E’ piuttosto difficile rispondere in modo netto per due motivi: il primo riguarda la difficoltà di individuare il progetto politico di Trump. Se per Hillary Clinton si possono ipotizzare alcune linee di continuità sia rispetto alle scelte dell’amministrazione Obama, specie in politica interna (meno in politica estera) sia rispetto alla visione economica e sociale propria del partito democratico di questi ultimi anni, più difficile è la valutazione sull’agenda politica di Trump. In campagna elettorale, Trump ha usato a volte toni contraddittori anche se poi ha ribadito alcune issues care al discorso conservatore: riduzione fiscale, smantellamento della Obamacare, protezionismo, poca attenzione alle politiche ambientali, lotta all’immigrazione clandestina e così via. Il secondo motivo ha a che vedere proprio con il personaggio politico-Trump: verrebbe eletto per la prima volta un candidato che non ha alcuna esperienza politica, non è mai stato deputato o senatore o governatore, non ha ricoperto alcun incarico pubblico e questo rappresenta un’incognita di non poco conto soprattutto in relazione al rapporto non certo idilliaco che si è venuto creando fra Trump e la leadership del partito repubblicano”.
C'è mai stata una sfida così accesa nei toni e così ricca di “colpi bassi” tra i due contendenti?
“Le campagne elettorali americane sono state caratterizzate da battaglie senza esclusioni di colpi, fin dall’inizio, vale a dire già dalla fine del ‘700 e soprattutto con quella relativa alle elezioni del 1800 che per la prima volta posero la questione della possibilità di vittoria di un candidato, Thomas Jefferson, che apparteneva a una fazione diversa da quella che aveva governato fino ad allora. La politica americana ha sempre avuto un carattere grassroots, ha sempre usato toni molto accesi ed è stata caratterizzata da una retorica di tipo populista basata sulla contrapposizione fra l’autenticità del popolo e dei ceti produttori e la corruzione insita nel mondo della finanza, della speculazione, della rendita o dei cosiddetti special interests. La delegittimazione dell’avversario si ritrova molto spesso nelle campagne elettorali anche in anni più vicini a noi e frequenti sono stati gli articoli pubblicati sulla stampa che lanciavano alti lai sul deterioramento del linguaggio politico. Ciò che distingue, probabilmente, questa campagna è la messa in discussione di quei limiti formali e informali che fino ad ora avevano caratterizzato le modalità retoriche e i dispositivi discorsivi in senso più generale. Soprattutto da parte di Trump, è stata adottata una strategia di delegittimazione non solo nei confronti dell’avversaria (operazione tutt’altro che inusuale), ma dell’intero sistema politico e delle procedure democratiche che sono sempre state, invece, considerate sacre e inviolabili. Il rispetto delle regole del gioco democratico ha costituito fino ad oggi una regola aurea nel confronto politico statunitense, perché questo costituiva una delle caratteristiche dell’eccezionalismo americano”.
Con l'eventuale vittoria della Clinton sarebbe la prima volta di una donna alla Casa Bianca...
“Da un certo punto di vista, la vittoria di Hillary Clinton rappresenterebbe la frantumazione di quel soffitto di cristallo che nel 2008, come lei stessa aveva detto, era già stato incrinato. Una novità importante dopo quella del primo afro-americano alla Casa Bianca, anche se meno dirompente per certi versi, nonostante il fatto che la campagna elettorale sia del 2008 sia quella attuale abbia mostrato quanto forte sia il sessismo e la misoginia di una certa parte dell’opinione pubblica americana. Tuttavia, la storia politica di Hillary Clinton, l’immagine di donna di potere che la contraddistingue, la mancanza di trasparenza, i rapporti con il grande capitale e la grande finanza finiscono per mettere in subordine la pure, rilevante novità di una donna a capo della più grande nazione del mondo. Non bisogna dimenticare che fino a non molti anni fa, fino cioè al 1992 considerato un anno di svolta, la presenza delle donne in Congresso era molto scarsa, nonostante invece il grande peso che ha il voto femminile. Il gender gap, basato sul fatto che fin dal 1980 le donne votano più numerose degli uomini e prevalentemente votano partito democratico, costituisce un elemento chiave nelle strategie elettorali. Lo si è visto anche quest’anno rispetto al fatto che se è vero che Trump è riuscito ad intercettare il rancore e la rabbia dei ceti medi e working class bianchi, è anche vero che le donne bianche working class sono invece molto più critiche e meno inclini a votare il miliardario newyorchese. Dal punto di vista simbolico, ancor più che da quello sostanziale, vale a dire rispetto al modo in cui Hillary Clinton può interpretare la differenza di genere, la sua vittoria potrebbe essere considerata un vero turning point”.
Cosa sta cambiando nei rapporti tra gli Stati Uniti e l'Europa e cosa cambierà, a suo avviso, in caso di vittoria di Trump o della Clinton? 
“Ciò che sta cambiando prescinde dall’esito della votazione, nel senso che ormai l’Europa costituisce, nonostante la retorica usata dai presidenti americani che ribadiscono il legame storico transatlantico, una regione periferica nelle strategie politiche statunitensi. Non solo con Obama, anche se con la sua presidenza ciò è diventato più evidente con la strategia cosiddetta del ‘pivot to Asia’, il Pacifico rappresenta sempre di più la zona di maggiore interesse strategico per la tutela degli interessi americani e la riaffermazione della leadership statunitense. Poi, certo, a seconda che vinca Trump o Clinton potrebbero esserci aggiustamenti anche significativi rispetto al tema del trattato transatlantico, fortemente avversato da ampi settori dell’opinione pubblica repubblicana, o nei riguardi delle eventuali politiche da mettere in atto nei confronti del risorgere di una politica di potenza da parte della Russia. L’Europa, tuttavia, non sembra rappresentare ‘the central drama’ dell’azione statunitense a livello globale”.

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