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Prima gli esseri umani! Quelle parole che toccano il cuore

Da Auschwitz l'appello di Bernard Dika inonda Facebook con migliaia di condivisioni e altrettante visualizzazioni: pace e non muri e fili spinati

di Francesco Pungitore 

 

“Le nostre lacrime sono sì lacrime di memoria, lacrime di un dolore che qua è stato versato da un'umanità calpestata, ma sono soprattutto lacrime di rabbia, lacrime di rabbia verso un presente che è diverso rispetto a quella che era la lezione che qui ad Auschwitz i Paesi dovevano imparare”. Parole che vanno dritte al cuore. Bernard Dika, giovane studente toscano, le pronuncia davanti al luogo simbolo dell'Olocausto nazista. Poi le posta su Facebook. E il risultato è clamoroso. Decine di migliaia di condivisioni. Centinaia di migliaia di visualizzazioni. 

Ma definirlo, semplicemente, un “caso” mediatico sarebbe riduttivo. Sono passati 74 anni dalla tragica scoperta dei campi di sterminio. Un tempo quasi infinito per la memoria degli uomini - ci ricorda Dika, con tutta la forza della sua freschezza e della sua passione morale. Una distanza che rischia di farci perdere il contatto con quanto accaduto, proprio qui, sul suolo della nostra Europa. E' un colpo allo stomaco il richiamo di questo valido e generoso esempio di impegno civile. Un richiamo durissimo che rievoca i fantasmi del passato, il labile confine che separa il Bene dal Male, la civiltà dalla barbarie. Ma, nel contempo, suscita speranza. La speranza di un'Europa che ha ancora la forza di rialzare la testa con i suoi virgulti per ribadire che “i principi fondamentali sono i valori dell'accoglienza, della solidarietà, i valori che fanno sì che un essere umano non sia diverso da nessun altro”. “Siamo quei ragazzi che sono nati nell'era digitale - argomenta Bernard Dika nel video, davanti a tantissimi suoi coetanei - e che non hanno visto la Prima, la Seconda Guerra Mondiale, non hanno vissuto la Guerra Fredda, non hanno vissuto la caduta del Muro di Berlino. Eppure siamo qua. Se apriamo la finestra di casa nostra, ci sono ragazzi come noi, bambini che ad Aleppo muoiono, con la sola colpa di essere nati in quella terra così tanto insanguinata. Questo ci conferma ancora una volta la lezione di Auschwitz. Se c'è il problema di un essere umano che è diverso, che è lontano da noi, quel problema, se noi non ce ne occupiamo, prima o poi riguarderà anche noi stessi”. E poi il richiamo alla “rabbia” quella che viene “nei confronti di coloro che ancora oggi dicono first americans, avant les francais o prima gli italiani. Noi diciamo, prima gli esseri umani”. “Con noi abbiamo la bandiera dell'Italia - continua Bernard. - Ci conferma ancora di più quanto noi siamo legati al nostro Paese. Forse ne manca una. E' la bandiera dell'Europa. La bandiera di un sogno comune che è nato nel 1941, in una piccola isola del Lazio che si chiamava Ventotene dove degli internati oppositori politici antifascisti scrissero un documento. Lo chiusero con questa frase: la via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa. Deve essere percorsa e lo sarà. Quindi a noi la scelta di fare di quei sassi che noi incontreremo nella nostra strada dei muri o dei ponti”. Pietre per costruire ponti e non muri, dunque, cominciando dal fare, dall'agire, “non dalla memoria sterile di date ma per prenderci un impegno. Per una memoria proattiva. Per dire che noi vogliamo dire basta”. E il “basta” pronunciato da Bernard Dika pesa come un macigno: “Basta a questa Europa di muri, a questa Europa di fili spinati. Chi entrò in questo campo non ebbe la possibilità di uscire. A Birkenau abbiamo percorso la strada che gli altri seguivano all'incontrario, non tornando più indietro perché andavano ai forni crematori!”. Da qui la sfida di oggi, di un presente che rischia di dimenticare il passato, nel quale occorre essere “militanti della memoria”. “Militanti della memoria ogni giorno all'interno delle nostre scuole, tra i banchi, all'interno delle nostre squadre di calcio, delle nostre squadre di pallavolo” ripete Bernard Dika. “Dobbiamo contagiare questa grande generazione e non arrenderci. Non arrenderci a una realtà evidente. Ma ad una realtà che ci fa capire che se noi sogniamo un'Europa di pace che è quell'Europa che viene gridata ancora oggi, più che mai, da queste pietre di Auschwitz. Se noi possiamo sognarlo lo possiamo fare, solo e soltanto se tutti ci crediamo: uno a uno, nessuno escluso. Noi siamo i nuovi testimoni. Dobbiamo andare a raccontare, a trasmettere non date, non numeri, ma valori. Noi siamo per una Europa di pace”. E nella notte più buia anche una piccola luce fioca può richiamare alla mente la maestosa bellezza del Sole. [25 gennaio 2019]

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