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Manovra con l'incubo Iva al 26,5 per cento

Il Governo cala il deficit ma concede all'Ue un pesante “pagherò”

di Alice Bailey

 

Incubo Iva al 26,5 per cento. E non si tratta di un'ipotesi così lontana o fantasiosa. Al contrario, fa parte, nero su bianco, dell'accordo “strappato” dal Governo Conte per evitare la procedure d'infrazione europea e varare la legge di bilancio 2019. Sono, infatti, previsti “aumenti Iva per 23 miliardi nel 2020 e quasi 29 (28,75) nel 2021 e nel 2022. Come si evince dalla relazione tecnica, senza interventi l'aliquota ridotta del 10 per cento passerebbe dal 2020 al 13 per cento, mentre l'aliquota ordinaria oggi al 22 per cento passerebbe nel 2020 al 25,2 per cento e nel 2021 al 26,5 per cento” (fonte: IlSole24Ore). Balzo in avanti anche per le accise, da 400 milioni l'anno a partire dal 2020. Insomma, se dovessimo definire in una sola parola questa manovra giallo-verde, non potremmo che scegliere un efficacissimo “pagherò”. La preoccupazione ultima della compagine Lega-5 Stelle era, com'è noto, quella di mantenere il deficit sopra il 2 per cento, anche se di pochissimo. Un obiettivo minimo per consentire il varo di due provvedimenti chiave del contratto di maggioranza: reddito di cittadinanza e quota cento per le pensioni. Ma a quale prezzo? La cambiale firmata dal Governo ai commissari Ue significa scaricare, sui prossimi anni, debiti, al momento, insostenibili. A nulla, peraltro, valgono le rassicurazioni del vicepremier Luigi Di Maio che, smentendo (ma solo a parole) quello che c'è scritto in manovra, ha puntualizzato: “Non ci sarà l'aumento dell'Iva”. Del resto, il leader grillino è lo stesso che affermava, risoluto, pochi giorni fa: “Il rapporto deficit/Pil non scenderà mai sotto il 2,4 per cento” (Reuters del 9 novembre 2018 e Askanews del 22 novembre 2018). Ebbene, siamo tranquillamente arrivati dal 2,4 al 2,04 per cento, con tutti i tagli annessi e connessi di cui sopra che dovranno, sempre e comunque, pagare i contribuenti italiani. Per inciso, l'accordo con l'Ue prevede anche che Presidenza del Consiglio, ministeri, enti pubblici non economici, agenzie fiscali e università non potranno assumere personale a tempo indeterminato prima del 15 novembre 2019. In breve, assunzioni bloccate. Come si pensa di far ripartire la macchina produttiva e, soprattutto, i consumi del Paese con queste premesse?  [20 dicembre 2018]

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