società, filosofia, scienza, etica e politica
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Un nostro intervento in Libia? Disastroso e controproducente

Anna Maria Di Tolla: l’insistenza degli Usa nel “delegare” all’Italia la guida di una coalizione non ci legittima di fronte alle popolazioni nordafricane

di Francesco Pungitore 

 

Un nostro intervento militare in Libia? In assenza di particolari garanzie locali e internazionali sarebbe disastroso e controproducente. Lo evidenzia, in questa intervista a "Essere & Pensiero", la professoressa Anna Maria Di Tolla (nella foto), docente di Lingua e letteratura berbera e Storia contemporanea del Nord Africa berbero presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" (Dipartimento di Asia, Africa e Mediterraneo). 

 

Le vicende libiche occupano le prime pagine, ormai, da mesi. È difficile, però, comprendere quanto sia complesso e frammentato lo scenario politico e sociale del Paese nordafricano. Può chiarirci le ragioni storiche che stanno alla base dell'attuale, complessa, situazione post Gheddafi?

La caduta di Muhammar Gheddafi, con la sua uccisione e il disfacimento del regime dittatoriale che lo sosteneva, ha fatto ripiombare la Libia in contraddizioni, sociali, etniche e politiche. Le cause dell’aggravarsi della situazione sono complicate. Il regime di Gheddafi non ha costruito in Libia una rete di istituzioni che potessero garantire la tenuta amministrativa del paese. Dopo il 2011, il paese è diviso tra due parlamenti e due governi che controllano parziali zone del territorio libico, alimentando l’ambiguità su quali siano gli organi legittimi nel paese. Il governo di Tobruk è controllato dalle forze laiche dell’Alleanza delle Forze Nazionali guidate da Mahmud Jibril e varie fazioni autonomiste/federaliste prevalentemente cirenaiche. Il parlamento e il governo di Tripoli, guidato da Omar al Hassi, sono invece sotto controllo di diverse forze islamiste con una forte preponderanza del partito legato alla Fratellanza musulmana libica. A questa situazione di confusione e di scontro politico va aggiunto il fattore tribale che contraddistingue la composizione della popolazione libica; sono oltre 140 le tribù censite presenti sul territorio libico (le più importanti sono Warfala, Zintan, Rojahan, Orfella, Riaina, al-Farjane, al-Zuwayya, Tuareg). In tale contesto, dal 2011 in poi, sono cresciute oltre duecento milizie armate, che fanno gli interessi di gruppi locali, con alleanze che molto spesso cambiano nel giro di pochi giorni. Intanto, in varie zone del paese, si sono insediate organizzazioni jihadiste o gruppi islamisti che si rifanno all’Isis, come a Derna, una città divenuta baluardo del radicalismo. La caduta della Jamahiriya (lo “Stato delle masse”: nella filosofia gheddafiana indica una repubblica popolare, governata dalle masse) ha determinato un nuovo protagonismo dei berberi in Tripolitania. Duramente repressi dal regime gheddafiano, i berberi stanno avendo un ruolo attivo nella geografia politica attuale.

 

Si parla sempre più insistentemente di un intervento militare italiano sul suolo libico. Non c'è il rischio di suscitare sussulti, in tal modo, anti-colonialisti già tristemente noti?

I rapporti con il nostro paese sono segnati dal colonialismo che ha generato distruzioni e morti tra la gente libica. Fu il regime coloniale italiano, dopo la gestione distinta dei territori libici, a unificare la Tripolitania e la Cirenaica nel Governatorato Generale della Libia nel 1934.
Oggi l’Italia ha importanti interessi in Libia, legati all’estrazione e alla commercializzazione delle fonti energetiche (come i recenti investimenti Eni), ma sono ancora aperte le ferite della nostra occupazione dei primi decenni del secolo scorso.
Un nostro intervento in Libia senza una cornice di garanzia e senza l’egida delle istituzioni internazionali potrebbe essere disastroso e controproducente. Si correrebbe il rischio di far coalizzare, in nome di un anticolonialismo di facciata, le forze terroristiche dell’ISIS presenti nel paese, con le frange più estremiste delle milizie armate libiche legate al jihadismo, con un maggiore pericolo di infiltrazioni terroristiche, di rischi legati all’aumento dell’immigrazione clandestina e a una maggiore instabilità per gli altri paesi della regione.
Un intervento armato italiano è impensabile senza un assenso dell’Onu e della rappresentanza unitaria del popolo libico. L’insistenza degli Usa nel “delegare” all’Italia la guida di una coalizione per l’intervento in Libia non legittima il nostro paese di fronte al popolo libico.

 

C'è la possibilità di sostenere un processo di democratizzazione, per così dire, dal basso, della società libica, magari puntando sulle nuove generazioni?

L’esperienza dell’occupazione dell’Iraq, con “l’importazione della democrazia” può e deve insegnarci molto per la Libia. Dovremmo, in questo senso, favorire un assetto pacifico e duraturo della Libia che può derivare unicamente da un accordo politico tra le parti che punti alla riconciliazione nazionale e alla ricostruzione del paese e non da un nuovo intervento militare esterno che porterebbe altri scompensi. 
Scuole, ospedali, università, infrastrutture, di questo ha bisogno la Libia, insieme al ritorno pieno della democrazia e del rispetto dei diritti. 
Dovremmo, in ogni modo, favorire la nascita di un paese in cui i giovani non scappano più per affrontare i “tristi viaggi della morte”, solcando il nostro Mediterraneo e, allo stesso tempo, augurarci che in Libia si realizzi uno stato che rispetti tutte le minoranze etniche e non neghi i diritti di cittadinanza come il regime di Gheddafi faceva sistematicamente.

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