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Il “No” italiano, terzo schiaffo all'Europa

L'immagine di Renzi difensore dei “poteri forti”, come già accaduto a Cameron con la Brexit e alla Clinton negli Usa, decisiva nell'esito elettorale

di Francesco Pungitore

 

L'eloquente risultato referendario del 4 dicembre 2016 non lascia scampo al Governo Renzi. Il 60 a 40 con cui si è imposto il fronte del “No”, frutto di una partecipazione popolare ampia e quasi senza precedenti nella storia recente del Paese, ha determinato le immediate dimissioni del premier e l'inevitabile avvio di una nuova stagione politica. Con quali esiti è ancora presto per dirlo, ma la principale opzione sul tappeto sembra essere quella delle elezioni anticipate, a marzo 2017, con la parentesi brevissima di un presidente del Consiglio (Grasso?) di transizione. Altrettanto complessa appare l'analisi del voto, perché l'Italia non ha detto soltanto “No” alla riforma costituzionale. Lo si evince  in tutta trasparenza dai commenti del giorno dopo. Come è già accaduto per la Brexit e per le presidenziali americane, una maggioranza di cittadini, all'interno di una grande democrazia occidentale, ha manifestato in maniera eclatante il proprio dissenso nei confronti di un establishment dai contorni ben definiti, ritenuto, a torto o a ragione, il responsabile di una perdurante crisi economica, di una confusa e pasticciata gestione della questione migratoria e di una inefficace risposta alla grande problematica internazionale del terrorismo di matrice islamica. Matteo Renzi ha provato disperatamente a smarcarsi da questa immagine di difensore dei “poteri forti”, ma alcuni contenuti chiave della sua proposta referendaria andavano palesemente in tutt'altra direzione (vedi le continue cessioni di sovranità all'Unione europea e la riduzione del Senato a organismo elettivo di secondo livello). Persino l'appoggio che ha ricevuto dalle testate internazionali e dalle cancellerie d'oltralpe si è rivelato controproducente. Un boomerang. Il “No” ha, infatti, bocciato l'architrave della politica nazionale dell'ultimo quinquennio, caratterizzata dal passaggio di consegne tra Monti, Letta e Renzi e riassumibile nello slogan “Ce lo chiede l'Europa...”. Molte di quelle croci finite sul “No” sono state indirizzate proprio a Bruxelles, per dire basta all'austerity, basta ad una Europa dei vincoli e dei divieti, inerme di fronte ai nuovi scenari della competizione globale dominati dal gigante cinese e dal disordine mediorientale. Prima la Brexit, si è detto, poi l'elezione di Trump negli Usa. Adesso, il referendum italiano. Tre schiaffi in faccia alle élites politiche ed economiche che hanno disegnato i nuovi e recenti equilibri mondiali e che la realtà dei fatti sta rivelando demagogici e fallimentari. “Crescono i populismi” è l'allarme che trapela da più parti. In realtà, sembra crescere, più che altro, la voglia di partecipazione e di democrazia. Il che non può essere considerato un male.

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