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Il governo giallo-verde lascia il segno: l'Italia è già in recessione

L'unica speranza adesso è il ritorno alle urne, il prima possibile

di Alice Bailey

 

Sono bastati pochi mesi di governo giallo-verde per lasciare il segno. L'Italia è ufficialmente in recessione. E non è una bella notizia. Vallo, però, a spiegare al premier Conte, convinto che “il 2019 sarà un anno bellissimo”. E che dire di Di Maio. Secondo il vicepremier grillino eravamo “alla vigilia di un nuovo boom economico”. Invece i numeri dicono tutt'altra cosa. Maledetta matematica che, con la sua chiarezza razionale, non si piega alle logiche della propaganda! Forse, dunque, avevano ragione le varie associazioni imprenditoriali del Paese, quando denunciavano all'unisono il rischio di una imminente stagnazione, puntando l'indice contro la Legge di Stabilità votata da Movimento 5 Stelle e Lega. “Una manovra recessiva” affermavano Confindustria e Confesercenti, in tempi non sospetti. E guarda caso, a stretto giro è spuntato il segno “meno” davanti al Pil nazionale. Adesso la vera paura, però, è un'altra: non si vede nessuno, in giro, capace di dare risposte alla crisi in atto. Se i due partiti di governo si trincerano dietro l'illusione che, comunque, alla fine tutto andrà bene, allora resta ben poco da sperare. Ridicolo, ad esempio, pensare che la sola misura del reddito di cittadinanza possa rilanciare l'economia reale, come sognano i suoi entusiastici promotori. Ma altrettanto drammatica appare la totale assenza di alternative sulla scena politica. 

Il Pd, terza forza in termini di voto popolare, sembra più impegnato a esaurirsi nelle proprie beghe interne che orientato a interpretare i concreti bisogni degli italiani. Forza Italia è ormai come una bella statua cimiteriale che ricorda le gloriose vite passate. Fratelli d'Italia e Leu possono spartirsi la stessa didascalia: inesistenti. Lo scenario è, quindi, a dir poco desolante. Forse, l'unica possibilità di svolta è intrinseca alla natura stessa del contratto di governo. La sua conflittualità dirompente. Tav sì, Tav no. Tap sì, Tap no. Immigrazione sì, immigrazione no. Maduro sì, Maduro no. Cos'altro aggiungere? Se dopo le Europee Salvini decidesse davvero di uscire dall'equivoco e di rompere l'alleanza per tornare alle urne, qualcosa potrebbe cambiare davvero. Il quadro sarebbe molto più chiaro per gli elettori, rispetto al voto di pancia del 4 marzo 2018. E con gli elementi di esperienza in più raccolti in questi mesi, di certo tanti suonatori di piffero se ne tornerebbero mestamente a casa loro. Chi andrebbe, però, a colmare quel vuoto? Potrebbe essere auspicabile la nascita di un nuovo polo moderato, moderno, proiettato al futuro, radicato nell'identità produttiva e culturale del Paese, frutto della passione e delle energie positive di quella che potremmo chiamare “l'Italia che lavora”. [01.02.2019]

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