società, filosofia, scienza, etica e politica
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I molteplici volti della vittoria elettorale di Trump

Il neo presidente ha capitalizzato le paure dei bianchi che si sentono scivolare il terreno sotto i piedi per quanto riguarda benessere e sicurezza

di Stefano Luconi*

 

Sarebbe semplicistico e forviante liquidare l’elezione alla Casa Bianca di un imprenditore, sedicente miliardario, alla luce delle conclusioni di un saggio scritto nel 2002 dal giornalista Greg Palast, secondo cui quella degli Stati Uniti sarebbe la miglior democrazia che sia possibile comperare con il denaro. Da un lato, infatti, Jeb Bush è stato costretto a ritirarsi all’inizio delle primarie repubblicane dopo una serie di clamorosi insuccessi, sebbene disponesse di fondi per circa cento milioni di dollari. Dall’altro, Hillary Clinton ha speso quasi il doppio della somma investita da Donald Trump nella campagna elettorale. La vittoria di Trump è espressione soprattutto della protesta di elettori bianchi con un basso livello di istruzione, appartenenti alla classe media impoverita dalla crisi economica scoppiata nel 2008 e ai ceti operai colpiti dall’incremento della deindustrializzazione che ha in parte cancellato i loro posti di lavoro nel settore manifatturiero. Queste persone non si sono mai rassegnate all’idea che un afroamericano potesse guidare gli Stati Uniti e hanno trasformato i circa 11 milioni di immigrati irregolari che vivono negli Stati Uniti, prevalentemente ispanici e soprattutto messicani, in capri espiatori che accusano di concorrenza sleale sul mercato del lavoro e di comprimere i livelli salariali, inflazionando l’offerta di manodopera. Trump ha ricevuto il sostegno di “The Crusader”, l’organo informale del Ku Klux Klan, la più famigerata organizzazione razzista attiva negli Stati Uniti. Tuttavia, il mero richiamo alla manifestazione elettorale dell’intolleranza dei bianchi verso le minoranze è un criterio approssimativo per spiegare l’esito del voto dell’8 novembre. Il razzismo incontrovertibile e la palese xenofobia, rivelata da ampi settori dei votanti del candidato repubblicano, non sono altro che la declinazione nella forma di una contrapposizione tra i bianchi, da una parte, e i neri e gli ispanici, dall’altra, della principale questione su cui si è giocato in definitiva l’esito del voto fino dalle primarie: l’accusa rivolta all’amministrazione democratica di Barack Obama e all’establishment del partito repubblicano di aver abbandonato a loro stessi coloro che sono stati lasciati indietro dai processi di globalizzazione economica, per voler perseguire invece politiche neoliberiste di integrazione dei mercati internazionali che hanno provocato la perdita di impiego negli Stati Uniti e un più generale peggioramento delle condizioni di vita della popolazione americana. In questa prospettiva, anche la questione della sicurezza nazionale, in particolare il terrorismo di matrice islamica integralista, è stata percepita attraverso una lente deformante che ha associato il rischio di subire attentati alle forme di apertura degli Stati Uniti nei confronti del mondo, nella fattispecie le maglie troppo larghe dei controlli alle frontiere. Per costruirsi un seguito elettorale, Trump ha capitalizzato sulle paure dei bianchi che si sentono scivolare il terreno sotto i piedi per quanto riguarda il proprio benessere e la propria sicurezza. Durante i quasi otto anni trascorsi alla Casa Bianca, Obama è riuscito a riportare la disoccupazione al di sotto del 5% e a far risalire il PIL fino a fargli sfiorare il 3% in termini di incremento annuale. Nondimeno, il reddito medio procapite è rimasto inferiore al livello precedente all’instaurazione della grande recessione nel 2008 e la ripresa dell’economia non è stata omogenea: la classe media e i ceti operai hanno subito una contrazione delle loro fonti di sostentamento, mentre la popolazione più agiata ha potuto accrescere la propria ricchezza. Inoltre, l’attentato di San Bernardino del 2 dicembre 2015 e le proteste, talvolta violente, della comunità nera in risposta ai numerosi casi di afroamericani disarmati e innocui uccisi da agenti di polizia hanno suscitato dubbi sulla capacità dell’amministrazione Obama di garantire sicurezza e ordine pubblico. Trump ha offerto all’opinione pubblica responsabili ben definiti a cui imputare in maniera banalizzante le difficoltà della società statunitense (gli immigrati irregolari, i mussulmani, gli afroamericani che non rispetterebbero la legge né le forze dell’ordine) e ha proposto soluzioni semplicistiche ai problemi che attanagliano l’America (la costruzione di un muro per sigillare il confine meridionale degli Stati Uniti addebitandone il costo al governo messicano, la deportazione in massa dei clandestini, il divieto di ingresso per i mussulmani stranieri, la tolleranza zero verso il crimine, il protezionismo doganale con la revoca degli accordi di integrazione dei mercati come il North American Free Trade Agreement). In questa maniera, Trump ha alimentando i timori degli sconfitti della globalizzazione, accentuandone la dimensione razzista e xenofoba, e si è erto con successo a portavoce politico delle insoddisfazioni, del malessere e del risentimento dei bianchi. Di contro, Hillary Clinton si è trovata in difficoltà nel conquistare un adeguato numero di voti tra alcuni gruppi di elettori tradizionali del partito democratico, non riuscendo così a compensare e sopravanzare il seguito raccolto da Trump. Nonostante le accuse di sessismo e maschilismo riversate sul candidato repubblicano e malgrado l’opportunità di portare la prima donna alla presidenza degli Stati Uniti, alcuni settori dell’elettorato femminile, probabilmente gli stessi che avevano appoggiato Bernie Sanders nelle primarie, si sono rivelati tiepidi nei confronti di Hillary Clinton, sospettata di scarsa sensibilità di genere, di arrivismo e di opportunismo per aver sopportato un’umiliazione pubblica globale e per non aver piantato il marito ai tempi dello scandalo di Monica Lewinsky in modo da poter sfruttare le connessioni politiche del coniuge al fine di lanciarsi in una carriera che avrebbe dovuto aprirle le porte della Casa Bianca. I giovani, un’altra categoria attratta da Sanders durante le primarie, hanno diffidato dell’appartenenza della candidata democratica all’establishment politico e dei suoi rapporti, per lo meno ambigui, con una serie di aziende, corporation e potentati economico-finanziari. Gli afro-americani non hanno avuto lo stimolo a recarsi alle urne che si era manifestato nel 2008 e nel 2012, quando la presenza di Barack Obama sulla scheda elettorale li aveva trascinati ai seggi in massa. Inoltre, hanno lamentato sia il fatto che Hillary Clinton abbia dato per scontato di ricevere il loro voto, sia il ritardo con il quale la candidata democratica ha preso posizione contro la brutalità e la violenza delle forze dell’ordine nei confronti dei neri. Più in generale, Clinton è stata penalizzata dalla difficoltà nel comunicare agli americani quale fosse la sua visione specifica per gli Stati Uniti del futuro e dalla conseguente decisione di impostare la sua campagna in termini prettamente negativi. Soprattutto nei due mesi e mezzo che hanno preceduto le elezioni, Clinton ha chiesto un voto contro Trump, anziché domandarlo per la realizzazione di un proprio programma. Quest’ultimo ha finito così per risultare evanescente e per far apparire addirittura propositivo lo slogan “Make America great again” di Trump. Gli errori tattici di Hillary Clinton non devono, però, far dimenticare che la candidata democratica è stata anche vittima delle peculiarità del sistema elettorale statunitense. Come è noto, il presidente dell’Unione non è scelto in modo diretto dalla cittadinanza, ma viene designato da un collegio di grandi elettori che sono assegnati su base statale con il metodo maggioritario. In ciascuno Stato, tranne il Maine e il Nebraska, il candidato che ottiene la maggioranza dei voti popolari (quelli espressi dai cittadini che si recano alle urne) conquista tutti i grandi elettori di quello Stato. Questo meccanismo può creare una discrasia nella corrispondenza tra il voto popolare e quello elettorale: alla presidenza può essere eletto anche un candidato che, pur non conseguendo la maggioranza dei voti popolari, conquista la maggioranza dei voti elettorali. Questa situazione anomala – ma perfettamente legale e, pertanto, legittima nel suo esito – si era già verificata nel 1824, nel 1876, nel 1888 e nel 2000. Si è ripetuta l’8 novembre scorso. In base ad alcune stime ancora non ufficializzate (perché restano da conteggiare le schede inviate per posta), Hillary Clinton avrebbe ricevuto alcune centinaia di migliaia di voti popolari in più rispetto a Trump. Purtroppo per lei, questo margine di vantaggio si è concentrato in Stati di tradizionale orientamento democratico – come la California e lo Stato di New York – e, quindi, Clinton non se ne è potuta avvalere in quegli Stati in bilico – come la Florida, il North Carolina, l’Ohio e la Pennsylvania – che hanno fatto la differenza a favore di Trump nell’assegnazione dei grandi elettori e nel risultato finale. Tuttavia, è opinabile che Trump sia stato investito di un mandato pieno. La consultazione è stata caratterizzata dall’alto indice di impopolarità di entrambi i due principali candidati e numerosi americani hanno scelto il nuovo presidente – come avrebbe detto Indro Montanelli – “turandosi il naso”. Molti altri hanno preferito non recarsi ai seggi e non sfruttare la possibilità del voto per posta, secondo una radicata tradizione di bassa partecipazione politica che Obama era riuscito a interrompere temporaneamente nel 2008, quando a votare era stato oltre il 62% degli aventi diritto. Nella corsa alla Casa Bianca del 2016 l’affluenza alle urne è stata pari a circa il 57% e, quindi, Trump ha complessivamente conseguito appena il 27% dei voti del totale dell’elettorato potenziale. Pertanto, nonostante la vittoria, la posizione di Trump non risulta rappresentativa di quella della maggioranza degli statunitensi.


* docente di Storia delle Americhe presso l'Università di Firenze

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