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Elezioni 2018 in Italia: chi ha vinto?

Di Maio e Salvini stelle in ascesa, gettano le basi della Terza Repubblica

 

 

Elezioni 2018: chi ha vinto e chi ha perso.

Come uno tsunami. L'onda del voto di protesta ha travolto il Paese in lungo e in largo. Al Nord (ma non solo) si è affermata nettamente la Lega di Salvini. Il Sud ha, invece, tributato un vero e proprio plebiscito al “Movimento 5 Stelle”. Dei vecchi partiti, ha tenuto botta solo il centrodestra berlusconiano. Ma con un evidente ridimensionamento. Mentre è stato fragoroso il tracollo del Partito Democratico e della sinistra, più in generale. Neanche l'operazione “Liberi&Uguali” ha portato giovamento al fronte progressista. Come spiegare quanto accaduto in Italia lo scorso 4 marzo? Sembrano centrare il segno le analisi che individuano nella rabbia della classe media, oggetto di un continuo impoverimento, e nel desiderio di cambiamento dei più giovani, che sempre più difficilmente arrivano a coronare il sogno di un lavoro stabile, una delle possibili chiavi di lettura. Clamoroso è l'esito del voto soprattutto nelle regioni meridionali, solitamente filogovernative. Stavolta, il Mezzogiorno ha detto basta. Un “no” secco alla vecchia partitocrazia, ad un establishment consolidato che ha accumulato privilegi governando per decenni, senza produrre alcun risultato concreto. Una “casta” che si è autoproiettata nell'immaginario collettivo come la causa prima del fallimento economico dell'intero Paese. In tutto questo scenario, anche il leader del Pd, Matteo Renzi, ha aggravato il peso di una sconfitta storica e senza precedenti. Strategie sostanzialmente sbagliate alla prova dei fatti, una comunicazione politica sganciata dalla realtà, i troppi rapporti equivoci con le lobby bancarie e i salotti dell'alta finanza, sono solo alcuni dei fattori che hanno determinato la fine di un'era: quella di Renzi e del Renzismo che, di fatto, fa il paio con il tramonto di Berlusconi e del Berlusconismo. Due le figure di riferimento che sembrano affermarsi in questa alba della Terza Repubblica: Matteo Salvini, a capo della Lega, e Luigi Di Maio, candidato premier del “Movimento 5 Stelle”. Tutto intorno è solo una corsa ad accaparrarsi un posticino al Sole, di qua o di là. Nell'attesa che il Capo dello Stato riesca a trovare una maggioranza di governo nei due rami del nuovo Parlamento.

 

Reddito di cittadinanza, fra polemiche e fake news.

Votando “5 Stelle” il Sud avrebbe scelto l'assistenzialismo, in continuità con la sua tradizione storica e politica. Questa è la spiegazione che gli sconfitti (Pd in primis) assegnano al risultato elettorale del 4 marzo. Per dare sostegno alla tesi, circola in queste ore una clamorosa fake news, una bufala immediatamente rilanciata da qualche giornale di partito. La falsa notizia in questione, accompagnata dalla solita foto taroccata di gente in fila davanti ad un ufficio, afferma che centinaia di pugliesi avrebbero assaltato le sedi dei sindacati per verificare i requisiti utili per ottenere il reddito minimo di cittadinanza (una delle misure proposte dai grillini per risolvere il dramma della disoccupazione in Italia). Al netto della manipolazione mediatica, resta il disgusto per una analisi che definire razzista e discriminatoria nei confronti delle popolazioni meridionali è anche poco. Non viene colto il senso della protesta, dello sfinimento, il livello di esasperazione raggiunto da metà dello Stivale. Un territorio abbandonato, ormai da decenni, fuori da ogni logica di programmazione nazionale. E qui sì che i fatti danno ragione agli abitanti del Sud: emigrazione continua, spopolamento diffuso delle aree interne, disoccupazione galoppante, infrastrutture, sanità e servizi inesistenti, una lotta quotidiana contro le mafie e la criminalità. Cos'altro avrebbero potuto votare i cittadini calabresi, siciliani e campani se non una forza politica come il “Movimento 5 Stelle”, l'unico soggetto in campo evidentemente capace di incanalare pacificamente questa rabbia diffusa e rappresentare democraticamente un anelito di speranza? Eppure si continua a far finta di non capire. Il che lascia presagire future e ancora più clamorose sconfitte per il sistema della vecchia partitocrazia italica. Eppure dovrebbe essere chiaro che chi ha votato al Sud per i pentastellati non lo ha fatto per il reddito di cittadinanza, ma per una più generale voglia di rialzare la testa, dopo decenni di inutile attesa e sterili compromessi con le classi dirigenti locali. Certamente, la sfida che si apre adesso all'orizzonte non è facile per i vincitori. Ma, quantomeno, segna una possibile ripartenza. Finalmente.

 

Francesco Pungitore

LA SCHEDA: ECCO LA COMPOSIZIONE DEL NUOVO PARLAMENTO

 

Alla Camera i Cinquestelle saranno 221, 133 eletti col proporzionale e 88 con l’uninominale. Il centrodestra può invece contare su 260 seggi, di cui 109 attribuiti con l’uninominale mentre nella quota proporzionale, 73 seggi sono ascritti alla Lega, 59 a Forza Italia, 19 a Fratelli d’Italia. Al centrosinistra vanno 112 seggi, di cui 2 a Svp, il resto al Pd: 24 relativi ai collegi uninominali e 86 alla quota proporzionale. A Liberi e Uguali vanno 14 seggi, tutti dal proporzionale.

Al Senato il centrodestra avrà 135 parlamentari, di cui 58 con l’uninominale mentre la quota proporzionale consegna 37 seggi alla Lega, 33 a Forza Italia, 7 a Fratelli d’Italia. A M5s vanno 112 seggi, di cui 44 assegnati con l’uninominale e 68 col proporzionale. Il centrosinistra totalizza 57 seggi: Svp ne prende uno, il Pd totalizza 56, di cui 13 all’uninominale e 43 al proporzionale. A Liberi e Uguali attribuiti 4 seggi.

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