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Riformisti per il "no", Stefania Craxi sfida Renzi

"Il Senato non viene abolito, il Paese viene spaccato"

ROMA - in vista del referendum costituzionale di dicembre, nasce il Comitato referendario “Riformisti per il no”, promosso dai socialisti Stefania Craxi e Stefano Caldoro. La presentazione si è svolta alla Camera alla presenza, tra gli altri, del capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, Renato Brunetta, e dell'ex parlamentare prodiano e del Pd Mario Barbi, che ha aderito al comitato. “Diciamo no ad una riforma che non abolisce il Senato e che crea un organo privo di legittimazione diretta - ha spiegato Stefania Craxi - . Si crea un conflitto tra Stato e Regioni che non semplifica ma espropria la sovranita' popolare dei cittadini”. In più, con l’Italicum, “consegna il potere ad una minoranza parlamentare che si impossessa di tutti i poteri”. Renzi, ha continuato Stefania Craxi, “sia serio una volta tanto, la smetta di dire che ci sarà il diluvio universale se vince il no. Basta con la strategia del terrore, si potrà aprire una stagione costituente”.
Queste le ragioni del "no" espresse da Stefania Craxi:

 

1) NO PERCHE’ IL PAESE HA BISOGNO DI UNA GRANDE RIFORMA
Il nostro No a questa riforma non nasce certo dall’idea, che pochi condividono, che la Costituzione debba ritenersi immodificabile. L’Italia, ha bisogno di una profonda riforma della sua carta fondamentale che chiuda definitivamente l’epoca della infinita guerra civile, degli odi di parte e delle drammatiche contrapposizioni. Urge una riforma che garantisca, al tempo stesso, la governabilità del Paese e la sua modernizzazione. Una nuova fase dell’epopea repubblicana non può essere caratterizzata da maquillage, più dannosi che utili, ma deve nascere da una “grande riforma” che interessi ogni ambito dello Stato.
La revisione costituzionale promossa dal governo Renzi ed approvata dalle Camere, secondo le procedure dell’art. 138, non RI-FORMA la Carta bensì la DE-FORMA. 
La revisione ha avuto l’appoggio di una maggioranza parlamentare angusta che rappresenta una esigua minoranza dell’elettorato, sorretta in posizione ancillare da formazioni di origine trasformistica e delegittimata, altresì, dalla sentenza della Corte di Cassazione sul sistema elettorale da cui origina. La ristretta base parlamentare che ha varato la revisione costituzionale, pertanto, anticipa il rachitico e fragile sistema politico che nascerebbe dall’approvazione del testo sottoposto a referendum. Un aperto e lungimirante processo di discussione parlamentare avrebbe dovuto portare ad accrescere i consensi per la revisione e non a diminuirli, come invece è successo! Contro ogni buon senso politico, è stato inferto un vulnus sostanziale al buon funzionamento della dialettica democratica.
Riequilibrare il rapporto fra i Poteri dello Stato, restituire a ciascuno di essi la pienezza delle proprie funzioni e la propria autonomia, ridare dignità alla Politica e creare le condizioni perché essa possa tornare a svolgere il ruolo che la democrazia le assegna: sono questi gli obbiettivi di un vera “Grande Riforma”.

 

2)  NO PER DIRE SI’
In un siffatto contesto storico – politico solo un’assemblea Costituente, legittimata ed ampiamente rappresentativa, che segua gli indirizzi decisi dai cittadini, potrà assolvere al compito storico di riformare la Carta fondamentale dello Stato. In quanto riformisti, nell’opporci ad una revisione costituzionale che DE-FORMA la Costituzione, proponiamo pertanto che il NO sia un SI’ ad un processo costituente che veda i cittadini davvero protagonisti consapevoli, come nel 1946. Per questo diciamo:
-    NO per dire Sì ad una Assemblea Costituente da eleggere con metodo proporzionale senza sbarramento;
-    NO per dire Sì a tre referendum di indirizzo, da tenersi contestualmente all’elezione della Costituente, che consentano alla maggioranza degli elettori di orientare in modo vincolante le scelte di fondo dei Costituenti su: 
I.    forma di Stato (centrale/federale) che, a nostro avviso, traendo spunto da tutta l’esperienza viva, non può che essere PRESIDENZIALE;
II.     forma di governo (parlamentare/presidenziale) (proporzionale/uninominale)
III.    Indipendenza della magistratura (carriere unite/separate).

 

3) NO PER DIRE SI’ AD UNA REPUBBLICA PRESIDENZIALE
Lo squilibrio tra i poteri, la difficile governabilità ed il “cretinismo parlamentare” hanno prodotto una pericolosa disaffezione dei cittadini verso la politica e le istituzioni. Una riforma della Costituzione, come quella Boschi – Renzi,  che non affronta questi nodi caratterizzanti l’infinita transizione italiana, è destinata a produrre ulteriori derive e storture nella vita democratica del Paese. È l’inderogabile necessità di modernizzare il Paese e di assicurargli un governo che sia effettivamente in grado di realizzare il programma di riforme per il quale ha chiesto ed ottenuto la fiducia della maggioranza degli elettori, che spinge nella direzione di indicare nella Repubblica Presidenziale la forma di governo idonea a portare l’Italia fuori dalla crisi politica ed economica che l’attanaglia, e restituirgli ruolo e funzione all’interno del contesto internazionale ed europeo. Di fatto, in alcuni frangenti della vita repubblicana abbiamo già sperimentato forme presidenziali di “risulta”, a costituzione invariata, senza una distinzione di ruoli e funzioni e, soprattutto, senza i necessari contrappesi. Ora è giunto il momento di adattare la costituzione “formale” a quella “materiale” costituzionalizzando e bilanciando ciò che è già potremmo definire costituzione formale.

 

4) NO PERCHE’ NON È UNA RIFORMA GARANTISTA
Una riforma costituzionale non può non affrontare e ridefinire il tema dei rapporti tra potere legislativo ed esecutivo ed il potere giudiziario. Il rapporto tra istituzioni e magistratura necessita di un intervento costituzionale serio e preciso, che ripristini un equilibrio ormai perduto, volto a ribadire che la Giustizia deve essere volta a garantire i cittadini e non posizioni politiche o personali. Il ruolo di controllo e di risoluzione imparziale dei conflitti che nelle democrazie moderne spetta al giudiziario, è oggi in Italia fortemente compromesso. L’indipendenza del giudice è limitata da un Consiglio Superiore della Magistratura eletto per due terzi dai magistrati con criteri di appartenenza politica ed ideologica. Lo stesso controllo sulla costituzionalità delle leggi è attribuito oggi ad un organo che, a differenza di quanto avviene nelle grandi democrazie occidentali, è costruito per due terzi con l’apporto di soggetti non legittimati dal voto popolare diretto: il Capo dello Stato e i vertici di tre corpi giudiziari.
Occorrerebbe quindi cambiare il meccanismo di controllo della costituzionalità delle leggi e renderlo coerente con i principi della democrazia. La nomina dei giudici chiamati a pronunciarsi sulla costituzionalità delle leggi deve essere attribuita a due soggetti della decisione collettiva che godono di legittimazione democratica come il Parlamento, le rappresentanze di nuove Macro aree regionali ed un Capo dello Stato eletto con voto popolare.
Altresì, occorrerebbe rafforzare le garanzie dell'individuo nel processo, e di fronte all’amministrazione. Prevedendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Garantendo il cittadino di fronte alle pretese immotivate e agli arbitri delle amministrazioni. Impedendo che una nuova cultura dello Stato etico fissi per le amministrazioni pubbliche regole meno vincolanti di quelle che disciplinano la vita e l'attività del cittadino.
La riforma della giustizia, pertanto, non può che essere parte intregnante di un processo di revisione costituzionale, anche per adempiere così ad una richiesta pressante che ci viene dagli organi di garanzia dell’Unione e da quanti, investitori ed imprenditori, guardano con sfiduciato distacco al nostro Paese causa un sistema giustizia, lento, iniquo, privo di garanzie e tutele.

 

5)  NO PERCHE’ IL SENATO NON VIENE ABOLITO 
Un No perché la riforma costituzionale del Governo Renzi non abolisce il Senato, ma lo trasforma nell’oligarchia delle Regioni, creando un organo costituzionale privo di legittimazione diretta, con modalità irrituali quanto allo stato ancora poco comprensibili, sia nella composizione che nel funzionamento. 
Il bicameralismo perfetto, nella sostanza, non viene modificato, ed il procedimento legislativo adottato, anziché semplificare, complicherà ulteriormente la fase legislativa introducendo una moltitudine di procedure differenziate a seconda l’argomento trattato. Tutto ciò, non potrà che portare ad un incremento dei contenziosi costituzionali con protratti conflitti intercamerali in grado rallentare il percorso legislativo. Altresì, è del tutto legittimo ipotizzare anche un aumento, già registrato con la riforma costituzionale del 2001, della conflittualità tra lo Stato e le Regioni in virtù dei persistenti e rinnovati ambiti di incertezza tra competenze esclusive dello Stato e le materie ripartite con le Regioni
Di fatto, la riforma, non coglie nessuna delle istanze presenti nella vita istituzionale e democratica del Paese e porta ad obiettivi opposti da quelli dichiarati sia sull’efficienza e la velocità del processo legislativo, sua su quelli dell’azione di governo e dei costi di funzionamento del Senato della Repubblica che la ragioneria dello Stato a stimato in poche migliaia di euro.
Invero, una riforma seria e credibile, dovrebbe prevedere la diminuzione del numero di Deputati e Senatori, ed una divaricazione totale ruoli, competenze e funzioni con le nuove entità macro regionali.
 
6) NO PER ABOLIRE LE REGIONI E COSTITUIRE LE MACROAREE
Un No per superare questo regionalismo e costruire una architettura statale più moderna, più snella e più efficace in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, delle imprese e di quanti intendono investire nel nostro Paese. 
Alla luce di quarant’anni di regionalismo e delle modifiche legislative nel frattempo intercorse, una seria riforma costituzionale avrebbe dovuto avviare un’ampia riflessione sull’istituto regionale, che è venuto meno alla sua missione originale tradendo il metodo della programmazione, che rappresenta l’asse portante dell’autogoverno, per vestire i panni del carrozzone gestionale dove c’è sempre posto e per tutti e per tutto determinato uno scadimento della politica e della democrazia con le istituzioni divenute meramente organi di gestione del potere e di acquisizione del consenso. L’istituto regionale va quindi rivisto e corretto, riportato al suo ruolo originario ed istitutivo, superando l’attuale sistema istituzionale previsto dal Titolo V della Costituzione, che ha creato un ingente danno economico e sociale. E’ necessario pertanto costituire le Macroregioni, aggregando per logica funzionale e per arie più ampie, con la consapevolezza che tale processo non può essere disegnato dall’alto ma sviluppando un processo partecipativo dal basso che porti a nuove aggregazioni rappresentative di almeno dieci milioni di abitanti.
Il tutto, permettere interventi strutturali finalizzati ad eliminare sperequazioni territoriali oggi presenti tra diverse aree del Paese, con la possibilità di una gestione di ampio respiro delle risorse apportando così una drastica riduzione di un apparato burocratico elefantiaco, inefficiente e privo di funzione a cui spesso è stata affidata la gestione clientelare dei fondi.

 

7) NO PERCHE’ IL PAESE VIENE SPACCATO
Il testo novellato dell’art. 119 della Costituzione porterà ad un divario incolmabile tra Nord e Sud del Paese, lasciando il Mezzogiorno alla deriva, privo di servizi essenziali e di prospettive di sviluppo. Il rilancio del Mezzogiorno d’Italia, invece, rappresenta l’unica opportunità per l’intero Paese per uscire dalla crisi economica e sociale, e, la lungimiranza di una vera classe dirigente su questa prospettiva, porterebbe anche l’Europa a comprendere che il Mediterraneo costituisce la migliore prospettiva per uscire dalla crisi economica e, al contempo, affrontare in modo sistemico il pericolo del terrorismo. Nell'articolo 119, quello della autonomia finanziaria, che di fatto organizza le risorse per le Regioni, i comuni ed i territori, è inserito il principio dei costi e dei fabbisogni standard. Una previsione che non stimola la crescita e la competitività nel Paese ma premia le Regioni più forti, perché più ricche e favorite dai trasferimenti decennali, a danno delle Regioni ‘più deboli’. Queste modifiche renderanno definitiva una frattura tra le aree del Paese, penalizzarono il Sud e non saranno mai uno stimolo per il Nord a fare meglio. Alle regioni del Nord, con questa modifica, si permetterà di mantenere maggiori risorse e dunque una sanità migliore, una scuola migliore, un’assistenza migliore, e un trasporto pubblico locale migliore. Non si riducono – in assenza di una norma di riequilibrio - le differenze e non si premia chi riesce a fare meglio.

 

8) NO PERCHE’ LA RIFORMA È STATA APPROVATA CON UNA FORZATURA
Avendo approvato la riforma costituzionale mediante il voto di fiducia anziché con una libera votazione e discussione sugli emendamenti dei gruppi dei singoli parlamentari atti miglioramento della riforma, è prevalso il diktat di Renzi, proteso unicamente all’interesse politico e non a quello del Paese e della rivitalizzazione delle istituzionali democratiche come premessa per la crescita e l’innovazione.
Un atteggiamento, questo, che non solo svilisce il ruolo del Parlamento privandolo della possibilità di un dibattito serio e concreto ma condanna ma che condanna il dibattito delle forze che avversano questa pseudo-riforma che DE-FORMA alle falsità della propaganda governativa anziché ad un confronto suk merito dei temi. 

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