società, filosofia, scienza, etica e politica
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Una rilettura di Steiner attraverso Platone

L'elemento di congiunzione più forte è l'analoga tensione trascendente, il desiderio di elevare l'uomo in ambiti e sfere di superiori visioni spirituali

di Francesco Pungitore

 

Platone e Steiner. Quanto può essere utile presentare questo accostamento? E' bene chiarire subito: definire un percorso di similitudine tra i due sistemi di pensiero non significa ridurre il secondo a mera copia del primo. Sicuramente Steiner studiò Platone, quantomeno per le esigenze inerenti i propri obblighi scolastici. Ma di certo, ciò che oggi chiamiamo Antroposofia o Scienza dello Spirito ha una sua dimensione del tutto unica rispetto alle altrettanto originali riflessioni dell'Accademia antica. A che serve, allora, proporre questo confronto? L'utilità non si riscontra nell'influenza esercitata dall'uno sull'altro ma nella percezione di comuni chiavi di lettura della realtà. E così accade che molte delle categorie tipicamente steineriane (chiaroveggenza, mondi superiori), appaiano di più facile spiegazione ai neofiti se ricondotte nei canoni più tradizionali della filosofia classica. In altre parole, per chi non ha ancora dimestichezza con l'Antroposofia ma possiede reminiscenze liceali del grande allievo di Socrate, può servire riallacciarsi a quegli orizzonti di pensiero per penetrare il punto di vista conoscitivo proposto dalla moderna Scienza dello Spirito. L'elemento di congiunzione più forte è l'analoga tensione trascendente, il desiderio di elevare l'uomo in ambiti e sfere di superiori visioni, lì dove risiedono le vere cause prime, fondative e originarie dell'essere. La famosa metafora della “seconda navigazione” viene inserita da Platone nei suoi scritti per descrivere il suo tentativo di conquistare la sfera del soprasensibile, superando, con una facoltà di visione che potremmo chiamare “intuitiva”, persino i più estremi limiti della ragione. Ci si può approcciare al significato della chiaroveggenza steineriana basandosi proprio su quel punto focale della dottrina platonica? Sicuramente sì e se ne può afferrare il senso generale. Platone non parla di concetti o astratte rappresentazioni mentali quando introduce termini quali “idee”, “Principi primi” o “Demiurgo”. L'ἰδεῖν dei greci è un vero e proprio “vedere” non un mero esercizio di fantasia. L'indagine di Platone è centrata su “realtà” e “forme”, intelligibili e non fisiche (incorporee), che è possibile, comunque, cogliere con altre facoltà di visione possedute dall'uomo e che all'uomo è dato di risvegliare dopo un lungo addestramento formativo e preparatorio. Il quadro è di facile comprensione, a questo punto. Esistono due piani di realtà: quello dell'essere fisico, ovvero il mondo sensibile, e quello che lo trascende (il mondo metafisico) vera causa del primo. E' propria del filosofo la capacità di cogliere in una visione unitaria questi due mondi, di vedere l'insieme, comprendendo che il mondo fisico-sensibile si colloca su un piano inferiore e non può esistere senza quello superiore. Ma non viceversa. Con ciò si entra nel cerchio di una concezione spirituale della realtà che costituisce l'architrave dell'indagine antroposofica sull'uomo e l'universo.

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